Erode si chiama proprio così. Vive in un paesino di 300 anime. È arrivato in città per il disbrigo di pratiche burocratiche. È arrivato con la sua Panda 4×4 che è il suo piccolo fuoristrada. Lo ha accompagnato il figlio di un vicino, un ragazzo di 15 anni che ogni tanto si guadagna qualche euro scortando Erode. Il ragazzo lo aspetta in automobile, mentre lui Erode fa la fila allo sportello della protezione civile. Deve rinnovare la patente che gli è scaduta. Ha con sé in una busta le ricevute dei bollettini pagati e il certificato del medico oculista. Allo sportello c’è un paesano che lo conosce e che lo chiama per nome. Il paesano chiede alla fila di aprirsi per far passare quel signore tozzo, rossiccio di carnagione, un cappellaccio di feltro nero ben calcato in testa, due occhi di fuoco, due mani grosse e callose. Lui ringrazia con un cenno del capo, senza mai togliersi il cappello.

L’impiegato guarda le carte e prepara il documento provvisorio che sostituirà la patente fino a conclusione della pratica. Erode, vista da falco, fissa la mano che scrive il documento. La mano ha scritto: rinnovo accordato per sei mesi. L’addetto gli allunga la carta. Erode rifiuta di ritirarla, è convinto che sia stato commesso un errore o un sopruso ai suoi danni. La legge dice che il rinnovo è di dieci anni, salvo che il patentato non abbia superato i 60 anni, che in quel caso il periodo si dimezza, diventa di cinque anni. Erode chiede spiegazioni. L’impiegato tergiversa. Lui sbotta: “Io ho 90 anni, e nessuno mi ha mai trattato così. Ho 90 anni, ho una vista 10 su 10, mi spettano 5 anni. Non sono mica un drogato o un alcolizzato. Voglio parlare con il capufficio.” L’impiegato lo accompagna dal capufficio: “C’è il signor Melazzini”. Il capufficio ci mette un po’ a capire, quel cognome non gli è nuovo. Appena vede spuntare la tesa del cappellaccio nero, scatta in piedi: “Ma è Erode…”.

Anastasio Santorini, il capufficio, sa bene chi è l’uomo che gli sta davanti. Suo nonno, dal quale ha preso nome e cognome, gli raccontava sempre la storia della famiglia Melazzini, vicini di casa in una cittadina dell’agro viterbese. Il padre di Erode era di Anagni e si chiamava Giacomo Sciarra, non in onore di san Giacomo, ma in omaggio a Giacomo Sciarra Colonna, l’uomo dello schiaffo a Bonifacio VIII. Ferroviere e socialista della prima ora, la domenica di Pasqua del 1925 era stato malmenato dagli squadristi, arrestato dalla polizia fascista e mandato al confino nelle terre malariche della Maremma toscana. Per stargli vicino, la moglie Clelia e il piccolo Erode si erano trasferiti nel paesino del Viterbese, dove abitava un vecchio zio contadino, fratello della mamma di Giacomo Sciarra. Sei anni di vita agra, che Erode non avrebbe più dimenticato. Quella domenica di Pasqua lui aveva sei anni, i fascisti che avevano picchiato suo padre li riconoscerebbe ancora oggi a uno a uno. Il capufficio Anastasio Santorini sa che non passerà una buona giornata. Si arma di pazienza, prova persino a sorridere. L’uomo che gli sta di fronte, come al solito, non si toglie neanche il cappello e sibila un saluto, sembra un cobra pronto al balzo. “Poche ciance, conosco i miei diritti e voi non mi fate fesso. Ho una salute di ferro, un udito assoluto e una vista perfetta. Voi non mi tratterete come un vecchio bavoso che non sta ritto in piedi. Voi mi rinnovate la patente per cinque anni o non se ne fa nulla. Non la voglio la vostra patente, i vostri sei mesi ve li infilate nelle chiappe… “. Il povero Santorini cerca le parole che non trova. “Allora ascoltami, mangiapane a tradimento. Io ho 90 anni e ho cominciato a lavorare che ne avevo sei, quando i fascisti si sono portati via mio padre. Ho sempre lavorato dall’alba al tramonto, domeniche, Natale e Pasqua compresi che a me delle madonne non imposta un fico secco. Mi chiamo Erode perché mio padre mi ha insegnato che la religione è una truffa per poveracci. E io sono ben contento di chiamarmi Erode. Mio padre era socialista, io sono diventato comunista a sei anni, quando gli sgherri di Mussolini se lo sono portato via… Sono diventato comunista perché socialista era stato anche lui il testone di Predappio. Nella vita sono rimasto comunista e morirò da comunista. Ogni tanto quell’altro fascista del prete ci prova a venirmi a parlare… Viene a trovarmi con una scusa qualunque, mi entra in casa e cerca di convincermi… Ma io coi preti non ci parlo neanche morto…”. Il capufficio è inchiodato alla sedia. Ogni tanto si aggiusta il nodo della cravatta, si passa la mano sul riporto che gli copre la palla da biliardo che ha  in cima al collo. Incrocia le mani, incrocia i piedi, ha il sedere intorpidito, si sente seduto su un formicaio. Poi ha un guizzo che gli sembra geniale. “Porteremo il caso al Ministero… Nel frattempo…”. Erode taglia corto: “Nel frattempo, faccio quel che mi pare…”.

Lascia l’ufficio a petto in fuori e raggiunge la sua Panda 4×4 dove il ragazzetto l’aspetta. Monta al posto di guida e riprende la strada di casa. Guida tranquillo, anche se ha gli occhi di un toro infuriato. Tira qualche bestemmia ogni tanto. Si vede che è contrariato e che, questa volta, non può risolvere la faccenda a modo suo. Pensa che quel Santorini lo avrebbe preso a calci in culo, ma pensa anche che quell’impiegatuccio non conta un piffero. Vorrebbe avere tra le mani il ministro competente, quel sellerone che, senza conoscerlo, dovrà decidere se lui è buono o no di guidare l’automobile. Porteremo il caso al Ministero. Ma portatelo dove vi pare, il caso, io con la mia macchina ci faccio quel che mi pare. Ho preso la patente al militare e guido da più di settant’anni. Adesso c’è un parassita che mi dice se fra sei mesi non sono più buono a guidare. Il ministro… che poi sarà uno di questi ladri che oggi si mettono in politica per rubare… Io sono Erode, figlio di Giacomo Sciarra, a me non mi ha fatto paura neanche il Duce, e non mi fa paura neanche il papa!

Il prete è lì, ma non sa che cosa fare. Erode è stato investito da un pirata che ha attraversava a folle velocità l’unico budello che taglia il paese in due. Usciva di casa per andare al solito bar, di fronte a casa sua. Lo aveva fatto per almeno due volte al giorno, negli ultimi cinquant’anni. Il bar di Gilda era il suo rifugio di uomo solo, vedovo da tempo e senza figli, dopo la morte di Otello, il suo ragazzo di 20 anni. Il bar era il luogo delle discussioni politiche, delle baruffe teologiche col prete, delle storie raccontate centinaia di volte, sempre le stesse. Cominciavano tutte dalla domenica di Pasqua del 1925. Il prete ha chiamato l’ambulanza che ci ha messo un po’ ad arrivare. Nell’attesa, Erode ha avuto il tempo di spiegare che non era morto e che voleva essere accompagnato a casa. In novant’anni, non era mai stato in un ospedale e non ci sarebbe andato neanche adesso. I suoi amici del bar lo hanno sollevato a forza di braccia e lo hanno riportato a casa. Adagiato sul letto, Erode non ha emesso un lamento. Ha visto il prete avvicinarsi, ma non lo ha maltrattato come fa di solito. Un solo avvertimento: “Io aspetto di morire, ma tu non provarci con le tue acque sante! Puoi stare in questa casa solo se mi porti rispetto. Io non sono battezzato, io voglio morire da comunista come sono vissuto. Tu sta tranquillo, non andrò all’inferno. Dio mi ha già punito abbastanza in questa vita. Se esiste, almeno alla fine sarà giusto con me!”.

Il prete è un ragazzo cingalese, capitato in questo posto da qualche anno. Ha sostituito il vecchio don Giuseppe, che giocava a carte con Erode e si faceva qualche bicchiere con lui al bar. Il ragazzo cingalese ha capito che quel vecchio vuol morire a modo suo. E pensa che sia cristiano rispettare la sua scelta. Erode l’hanno seppellito ieri mattina. Sulla bara una vecchia bandiera socialista del 1918. Era la bandiera di suo padre. Il prete cingalese non benedice, piange.

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Antonio Del Giudice
Pugliese errante, un po’ come Ulisse, Antonio del Giudice è nato ad Andria nel 1949. Ha oltre quattro decenni di giornalismo alle spalle e ha trascorso la sua vita tra Bari, Roma, Milano, Palermo, Mantova e Pescara, dove abita. Cominciando come collaboratore del Corriere dello Sport, ha lavorato a La Gazzetta del Mezzogiorno, Paese sera, La Repubblica, L’Ora, L’Unità, La Gazzetta di Mantova, Il Centro d’Abruzzo, La Domenica d’Abruzzo, ricoprendo tutti i ruoli, da cronista a direttore. Collabora con Blizquotidiano.  Dopo un libro-intervista ad Alex Zanotelli (1987), nel 2009 aveva pubblicato La Pasqua bassa (Edizioni San Paolo), un romanzo che racconta la nostra terra e la vita grama dei contadini nel secondo dopoguerra. L'ultimo suo romanzo, Buonasera, dottor Nisticò (ed. Noubs, pag.136, euro 12,00) è in libreria dal novembre 2014. A settembre scorso è stato pubblicato "La bambina russa ed altri racconti" (Solfanelli Tabula fati). Un libro di racconti in due parti. Sguardi di donna: sedici donne per sedici storie di vita. Povericristi: storie di strada raccolte negli angoli bui de nostri giorni.

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