Erica Mou, non fosse perché l’hai già vista in TV o spopolare su Youtube, potresti tranquillamente scambiarla per una liceale, magari al quinto anno. Jeans scoloriti, camicia sciamannata color verde slavato, una chitarra al collo e un viso pulito, quasi diafano. Il tono di voce è quello confidenziale: ai teenagers, che timidamente le rivolgono la parola, chiede di darle del tu, ma al sottoscritto, di certo non amante delle formalità, si rivolge in tono deferente, dandomi del lei.

Erica Mou, cantautrice ormai più che affermata nel panorama italiano e internazionale dei giovani talenti. È ospite del Liceo Scientifico “Nuzzi”, ad Andria, grazie a MediMex Kids, la lodevole iniziativa promossa da Puglia Sounds e patrocinata dalla Regione Puglia: una serie di faccia a faccia tra studenti e artisti della portata di Renzo Rubino, Diodato, Negramaro (Ermanno Carlà ed Emanuele Spedicato), Sud Sound System, Leitmotiv, Non Giovanni, Bari Jungle Brothers, Radiodervish, Populous e, per l’appunto, Erica Mou.

L’ascolti e ti incanta. Preciso: ti incanta non solo quando canta, anche se la sua voce pulita e controllata, potente e dolce, ti accarezza le corde dell’anima con la stessa delicatezza con cui lei pizzica la sua chitarra acustica. Erica ti incanta anche – vorrei dire: soprattutto – quando si rivolge ai ragazzi e li invita a volare coi piedi per terra, un gradino per volta, a non scoraggiarsi, a “buttarsi” per realizzare i loro sogni.

La tentazione di avvicinarla, al termine della “lezione-concerto”, è troppo forte e così approfitto della sua estrema disponibilità per rivolgerle alcune domande.

Erica, innanzitutto, grazie per le parole che hai rivolto a questi ragazzi: hanno davvero bisogno di imparare a sognare e, talvolta, sembrano vecchi a 16anni…

Grazie a voi e grazie a loro! Gli alunni erano attenti ma leggeri allo stesso tempo, c’era un’atmosfera densa di cose belle. Purtroppo è vero, conoscendo i ragazzi in questa esperienza con il MediMex Kids, sono rimasta un po’ sorpresa nel vederli spesso, più che vecchi, scoraggiati.

Una di loro ti ha chiesto se sei nata prima cantante o autrice: a te l’ardua sentenza.

E io ho risposto: sono nata bambina.

Però, scherzi a parte, sin da piccola sognavo di fare la cantante e studio canto dall’età di 5 anni. Ma durante tutta l’infanzia ho sempre amato scrivere… Poesie, storie, racconti, diari. È stata la chitarra a far incontrare le mie due grandi passioni facendomi capire davvero cosa voglio essere: una cantautrice.

Una delle canzoni che hai voluto eseguire è Oltre: vuoi dirci perché per te è così importante?

Ci tenevo a dedicarla ai ragazzi, perché è una canzone che ho scritto a 16 anni. Proprio alla loro età, proprio al Liceo. Anzi, l’immagine da cui parte questo brano è esattamente quella di una mattinata in aula: “Gocce appiccicate lungo il vetro stanno scivolando. Sto seduta a destra dietro come ogni anno”.

Posso dire che “Oltre” segna l’inizio della mia carriera musicale, è con questa canzone che ho partecipato a tutti i primi concorsi ed è grazie a lei che ho firmato il mio primo contratto discografico.

Sei troppo modesta per fartene vanto, ma dalle tue parole i ragazzi hanno comunque potuto intendere che la “fortuna” bisogna sudarsela e che dietro il tuo successo c’è tanta gavetta: confermi?

Le case sono fatte di mattoni, pesanti, che si sovrappongono con lentezza. Se vuoi che siano solide.

Copia di EricaMou_Flavio&Frank_06                                                                   Foto di Flavio&Frank

Il lavoro è fondamentale, ma senza il giusto entusiasmo non paga e tu sembri sprizzare energia da tutti i pori…

Quando compongo e soprattutto quando suono dal vivo, sorrido e sono felice.

Anche quando canto di cose tristi, io mi libero e, grazie alle persone che sono lì ad ascoltare, mi sembra di trovare per un momento il senso delle cose.

Come faccio a non esserne entusiasta?

I ragazzi ti hanno ascoltata con estremo silenzio ed attenzione e tu hai potuto cantare guardandoli negli occhi, ma c’è stato un momento in cui il silenzio si è fatto assoluto: è stato quando hai raccontato del tuo problema alle corde vocali. Ti va di parlarne?

È uno dei rischi del mestiere purtroppo e mi ha insegnato a non sottovalutare i segnali che il nostro corpo ci dà. Gli scorsi due anni, che ho raccolto e raccontato nel mio nuovo album, sono stati molto intensi e pieni di difficoltà personali e professionali. Così sono entrata in un circolo vizioso: mi stancavo, mi preoccupavo, ero tesa e la mia voce stava sempre peggio.

A un certo punto ho deciso di fermarmi e curarmi e riordinare la mia vita, nei limiti del possibile vista la mia grande propensione al disordine!

La terapia prevedeva anche un mese di assoluto silenzio, che è stato decisamente illuminante.

Ora sto molto meglio e ho ritrovato l’amore assoluto per il canto.

Hai salutato i ragazzi cantando Biscotti rotti, che hai definito un inno alla imperfezione: hai mai pensato che voler mangiare prima i biscotti rotti è un modo per eliminare le imperfezioni, in altri termini, una sorta di perfezionismo estremo e travestito?

È una bellissima interpretazione! Ed è uno dei vari significati nascosti in questo brano.

Però credo soprattutto che voler mangiare i biscotti rotti sia una bella metafora del gusto speciale che hanno le cose imperfette, proprio perché dai contorni frastagliati, unici.EricaMou_phMariagraziaGiove_3_lightFoto di Mariagrazia Giove

Biscotti rotti è tratto dal tuo ultimo album intitolato Tienimi il posto (Auand Records/Artist First 2015). Salutando i ragazzi hai voluto precisare che ti è costato due anni di fatica, ma che è un lavoro “onesto, pulito, trasparente”. Due domande in una: quanto conta la “pulizia” per Erica Mou e, ancora, gli adolescenti che ti hanno ascoltata possono davvero credere che sia possibile avere successo restando trasparenti?

Dobbiamo crederlo. Lo ripeto a me stessa ogni giorno. Scrivo canzoni per portare alla luce delle emozioni che a loro volta emozionano gli altri. E per far questo bisogna imparare a donarsi, con meno filtri possibili.

Poi è ovvio che l’istintività non basta, subentra molto lavoro per affinare il testo, la musica, gli arrangiamenti. La sfida è conciliare l’ispirazione con il “mestiere” e io ci provo al massimo delle mie forze.

La pulizia? Porta alla luce l’essenza. Cerchiamo di guardare a fondo le cose… E di lavarci i denti! 🙂

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