Non c’è notte buia che, nel silenzio assordante delle tenebre, non aspiri alla luce nuova del mattino

«Era la notte…»: così inizia uno dei capitoletti de “L’altalena del respiro” di Herta Muller, premio Nobel per la letteratura 2009. Ambientato in uno dei Lager dell’Ucraina, dove nel 1945 fu deportata la minoranza rumeno-tedesca, il racconto della Muller si concentra sul tempo della notte, sulle ore buie durante le quali si consuma, minuto dopo minuto, l’esistenza del giovane Leopold Auberg, protagonista del racconto. Mentre tutto il mondo festeggia la notte di Capodanno, quando termina un anno e ne inizia un altro col suo carico di aspettative, speranze e desideri, il giovane Leopold non ha nulla da festeggiare; anzi, proprio in quella notte l’ombra della violenza e della morte incombe su di lui:

«Era la notte fra il 31 dicembre e il 1 gennaio, il nostro secondo capodanno. Nel pieno della notte l’altoparlante ci intimò di presentarci sulla piazza dell’appello. Otto soldati di guardia con fucili e cani ci camminavano a fianco spingendoci lungo la strada che attraversava il lager. Un camion ci seguiva. Sul retro della fabbrica la neve alta, là dove iniziavano i campi incolti, dovemmo schierarci in file davanti al recinto murato e aspettare. Questa notte ci fucileranno, pensavamo. Io mi feci avanti in pima fila, così da essere fra i primi e non dover innanzitutto caricare cadaveri – il camion aspettava infatti al bordo della strada».

La notte che spegne ogni luce, allunga la sua tenebra sulla vita dei deportati e all’improvviso la loro esistenza scompare in una scatola di latta, dove il cielo, anziché aprire lo sguardo alla meraviglia, alla speranza o al mistero dell’Infinito, assomiglia ad un coperchio capace che schiaccia la vita sul fondo della morte, rimpicciolendola fino a privarla della minima traccia di dignità:

«Dentro una gigantesca scatola, ci ho visti tutti. Il coperchio del cielo era laccato del nero della notte e ornato di stelle aguzze. E il fondo della scatola era imbottito di ovatta, alta fino alle ginocchia, per farci cadere sul morbido. E le pareti della scatola erano drappeggiate di rigido broccato di ghiaccio, grange di seta aggrovigliate a pizzi a non finire (…) la neve attutisce i suoni, pensavo, gli spari quasi non si sentiranno. I nostri familiari dormono un po’ alticci, ignari e stanchi del capodanno, nel mezzo del mondo. Forse sognano la nostra sepoltura, opera di un sortilegio, nel nuovo anno».

Ho voluto riportare le strazianti pagine della Muller per condividere con il lettore una riflessione sulla importanza della letteratura. Infatti, come ama ripetere A. D’Avenia, la letteratura «rende il nostro cuore intelligente. Tiene vive le domande fondamentali. Ci rende empatici verso il mondo e gli altri».

Come, del resto, avviene con l’arte. Non a caso, rileggendo della notte di Leopold mi è venuta in mente, per contrasto, la Pietà di Sebastiano del Piombo, pittore attivo nel secolo XVI. L’artista avvolge le figure della Vergine orante e del Cristo morto disteso a terra, in un emblematico notturno timidamente illuminato da una luna solitaria e avvolta dalle nubi. Dal dipinto traspare dunque la solitudine della madre, che ha ormai perso il suo unico figlio, e quella del Cristo, anche egli abbandonato dal Padre assente («Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbondonato?» aveva gridato il Cristo sulla croce.) Tuttavia, pur indugiando sul motivo della notte, peraltro di origine biblica («Da mezzogiorno fino alla tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra»), il pittore non tralascia di indicare piccoli ma sinceri segni di speranza: le mani giunte della Vergine in preghiera con lo sguardo rivolto verso il cielo, come in attesa di una consolazione, e la luce che emana il corpo del Cristo morto, preludio della luce che avvolgerà la sua risurrezione al terzo giorno.

Che cos’ è dunque la notte? Per il frate poeta Turoldo «è l’ora della misericordia: l’ora in cui Egli, di nascosto rinnova tutte le cose e prepara un giorno nuovo, un altro giorno, con altra luce, con altro sole, con altre foglie sugli alberi, con altri fiori nel giardino. E ti dona una nuova speranza. E ti mette in grembo la sua misura scossa, pigiata, colma di gioia». E il poeta E. Fiore: «Io non so come, / la notte è lunga / e il tempo un mostro / ma so che verrà l’alba».

Non c’è notte buia che, nel silenzio assordante delle tenebre, non aspiri alla luce nuova del mattino.

Non c’è notte oscura che, nel vuoto della solitudine, non desideri altro che un abbraccio.

Non c’è notte più notte che non diventi più luminosa di un’alba.

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Michele Carretta
Mi chiamo Michele Carretta, sono nato il dieci Aprile del 1986 e vivo ad Andria. Figlio unico, credo nei valori alti della famiglia, dell’amicizia, l’amore e in tutto ciò che umanizza la vita e la rende più bella. Mi piace leggere, andare al cinema, suonare e ascoltare musica. Attualmente sono laureando in Letterature comparate, con una tesi sulla Divina Commedia e il Canzoniere di Petrarca, e direttore dell’ufficio Musica Sacra della Diocesi di Andria.