Nella mitologia greca Eirene (o Irene) è la dea della pace: proprio quella che più serve ai nostri giorni.

Eirene, insegna Esiodo, era figlia di Zeus e di Temi ed era una delle Ore. Aveva per sorelle Eunomìa e Dike: la prima era la dea dell’ordine, del diritto e delle leggi e del buon governo, la seconda era la dea della giustizia morale.

Potrebbe già finire qui quest’articolo. In tre nomi, in tre personificazioni, i Greci ci avevano insegnato già tutto, oltre 2500 anni fa: la pace ha per sorelle il diritto e la giustizia, senza di esse non cammina e, se manca la pace, basta scavare e si scoprirà che è stato leso il diritto e negata la giustizia.

Eirene era inoltre raffigurata con una cornucopia (il corno dell’abbondanza), uno scettro e una torcia: quando la pace regna, c’è luce e abbondanza, non a caso una delle statua più famose, opera di Cephisodotus, il padre del celebre scultore Prassitele, la raffigura con in braccio il piccolo Plutone, il dio della ricchezza. Questa statua fu posta nell’agorà di Atene nel 371 a.C, per celebrare la pace comune tra tutte le poleis greche e ricordare loro che solo nella pace si dà prosperità.

Il tempo che viviamo, tuttavia, è molto più vicino a quello descritto da Aristofane nella prima parte di una sua commedia chiamata appunto La pace. In essa, un ateniese di nome Trigeo si leva in volo su un gigantesco scarabeo stercorario, alla volta della celeste casa degli dei, per chiedere loro di riportare la pace in terra. Vi trova, però, il solo Hermes, il quale gli spiega che le divinità dell’Olimpo sono andate tutte via, esauste per via delle preghiere dei mortali e soprattutto per l’imperare di Pòlemos, il dio della guerra. Proprio Pòlemos ha imprigionato Eirene in una caverna e ha ammassato in un mortaio gigante tutte le città greche, con l’intenzione di schiacciarle con un enorme pestello. Vien da chiedersi in quale caverna sia oggi prigioniera la pace e quale sia il pestello gigante che minaccia di calpestare le odierne civiltà…

La commedia di Aristofane ha un lieto fine: giungono in soccorso di Eirene degli umili contadini, i soli a capire quanto sia importante la pace perché i loro campi diano frutti, Eirene viene così liberata, ma non vuole più parlare con i Greci, è con loro adirata perché l’hanno derisa e ferita. Spiega, infatti, Eirene ad Hermes che più volte aveva suggerito loro delle tregue, ma nessuno le aveva dato ascolto: i Greci si erano ostinati a rifiutare la pace e a votare deliberazioni di guerra.

Trigeo vorrebbe ora sacrificare un agnello a Eirene, ma viene fermato: la dea non ama la violenza in ogni sua espressione e aborre il sangue, fosse anche quello di un tenero agnello. Al contrario, una volta che la pace è tornata sulla terra, è il tempo di fabbricare le falci e di far fiorire i vasi, mentre i fabbricanti di armi devono cambiare mestiere. Trigeo trova una soluzione: le lanci saranno pali per reggere le viti, le creste dei caschi fungeranno da strofinacci e le corazze … come vasi per i bisogni notturni.

Non c’è che dire: proprio un lieto fine quello narratoci da Aristofane. Peccato che si tratti solo di una commedia. La realtà, molto più spesso, assomiglia invece ad una tragedia.

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