Quella del giornalista è «una delle più belle professioni possibili proprio perché costringe a giudicare se stessi» (Jean Daniel)

 «Il giornalista è uno storico del presente». Con questa definizione attribuita all’autore del Nome della rosa, Roberto Saviano apriva nello scorso agosto un suo articolo sul settimanale «L’Espresso» (6 agosto 20017). Assiduo lettore di Albert Camus, non può certo essergli sfuggito che, se pure in quella forma può essere fatta risalire a Umberto Eco, in realtà la definizione si trova in un articolo apparso su «Combat», il quotidiano nato dalla resistenza.

Il rapporto di Camus con la stampa non è mai stato occasionale, si può anzi affermare che le fasi della sua vita di scrittore siano state tutte scandite dalla collaborazione a quotidiani o settimanali: durante gli anni giovanile in Algeria con Pascal Pia fonda «Alger Républicain», dalle cui colonne denuncia l’uso strumentale della giustizia coloniale e pubblica memorabili réportages sulla Miseria della Cabilia; negli gli anni della Resistenza, il suo contributo è fondamentale nella creazione proprio di «Combat»; negli anni della guerra d’Algeria, infine, dalle colonne de «L’Express» interviene con articoli disperati e dolenti contro la violenza terroristica che insanguina quel paese.

Non è quindi un mero puntiglio a indurmi a fare questa precisazione ma l’opportunità che essa offre di svolgere alcune considerazioni sull’idea di giornalismo etico che stava a cuore ad Albert Camus. Una lezione, quella di «Combat», che ha qualcosa da dire anche oggi.

Sono passati solo dieci giorni da quando «Combat» è uscito dalla clandestinità, e Camus  già si interroga sulla nuova stampa e sul ruolo del giornalista. Il paese è ancora in guerra, i problemi di cui occuparsi numerosi e urgenti, perché sacrificare spazio su un foglio quando c’è penuria di carta, non è un lusso eccessivo? L’obiezione è immediatamente rintuzzata nell’articolo del 31 agosto 1944, consacrato alla Critica della nuova stampa: la libertà riconquistata ha un bisogno estremo di una stampa responsabile, indipendente dal capitale e dai partiti, volta alla ricerca della verità, capace di parlare all’intelligenza dei lettori, attenta a non blandirne i sentimenti più bassi. Questo è quel che sognavano i combattenti nell’ombra: «Redigevamo i nostri giornali clandestini senza storie e senza dichiarazioni di principio. Ma so che tutti i compagni dei nostri giornali avevano una grande speranza segreta. La speranza che gli uomini che avevano corso pericoli mortali in nome un’idea a loro cara, avrebbero saputo dare al loro paese la stampa che meritava, e che non aveva più. Sapevamo per esperienza che la stampa d’anteguerra era venuta meno nel suo principio e nella sua morale. La bramosia di denaro e l’indifferenza per le cose attinenti alla grandezza avevano congiurato per dare alla Francia una stampa che, salvo rare eccezioni, aveva come unico scopo di aumentare la propria potenza e come effetto quello d’avvilire la moralità di tutti».

Caduta in basso, prona al nemico, durante gli anni dal 1940 al 1944, la stampa era diventata la vergogna del paese. Ora occupare dei locali, come si è fatto, impadronirsi dei mezzi per garantire l’indipendenza, non basta. Occorre essere più determinati nel compiere una rivoluzione profonda perché la nuova stampa non sembra all’altezza dei tempi nuovi. La critica è rivolta a tutti i giornali nati dalla Resistenza e non risparmia neppure «Combat». Per assolvere il suo compito essa deve essere: «Una stampa chiara e virile, con un linguaggio rispettabile. Per uomini che, durante anni, scrivendo un articolo, sapevano che esso poteva costare la prigione o la morte, era evidente che le parole avevano un peso e dovevano essere scrupolosamente ponderate. È questa responsabilità del giornalista verso il pubblico che essi avevano in animo di restaurare».

Il giorno successivo, 1 settembre 1944, Camus ritorna sull’argomento precisando che il giornalista deve «pensare bene quel che si propone di dire, modellare lo spirito del giornale per il quale lavora, scrivere con attenzione non perdendo mai di vista l’immensa necessità di ridare al paese la sua voce profonda». Il giornalista deve trasformarsi – ecco il contesto in cui appare la definizione da cui siamo partiti – nello «storico dell’attualità», capace di vagliare con scrupolosa rapidità le scarse fonti di cui dispone, e di restituire «giorno dopo giorno» ai lettori un racconto il più possibile veritiero, riuscendo a mantenere la giusta distanza che lo storico di professione pratica nel suo lavoro. Nel momento in cui il paese è ancora in guerra, deve saper resistere alla bramosia d’essere il primo a dare una notizia a scapito del severo controllo delle fonti. Non deve neppure soggiacere alla tentazione di addolcire la verità per consolare il lettore, non lo deve fare ora e non lo dovrà fare neppure domani quando l’emergenza sarà finita. C’è una sobrietà nel dare le notizie, nello scegliere l’intitolazione, nell’impaginare, rispettando una gerarchia nella scelta che deve essere sempre perseguita. Un giornalista che rispetta davvero il lettore, si rivolge alla sua intelligenza perché «la prima condizione per fare un buon e libero giornalista, è imparare a non disprezzare sistematicamente il proprio lettore».

Il giornalismo critico che Camus ha in mente è «un giornalismo di idee», che non si limita a fornire le informazioni, a ricostruire i fatti, ma li accompagna con un prudente ma necessario «commento politico e morale», non nell’intento di indottrinare i lettori, di imporre loro un punto di vista, ma per aiutarli, con un’argomentazione adeguata, a formarsi un giudizio autonomo. Il giusto equilibrio tra opinione e ricerca della verità non è raggiunto una volta per tutte, necessita di continui, quotidiani, aggiustamenti e correzioni. Il giornalismo opera con le parole: per questo deve tenere in somma considerazione le parole. Non è solo un problema di verità o menzogna, è un problema di logoramento delle parole. Si impone un’opera di bonifica dal momento che durante l’occupazione molte parole sono state svuotate del loro significato fino a divenire menzognere. Nella clandestinità, di fronte all’abuso della propaganda nazionalista, il problema s’è posto in modo acuto, soprattutto quando si è dovuto reintrodurre nel dibattito parole come patria, onore, dignità… «I tempi nuovi richiedono parole nuove, o quanto meno un modo nuovo di disporre le parole. Questi arrangiamenti, solo il cuore li sa dettare e il rispetto che proviene dal vero amore. In questo modo si contribuisce, per quanto sta a noi, a dare al paese il linguaggio capace di farsi ascoltare. Come si vede, questo vuol dire richiedere che gli articoli di fondo abbiano fondo (consistenza), che le notizie false o dubbie non vengano presentate come notizie vere. Questo insieme di comportamenti è quel che chiamo giornalismo critico. Ma ancora una volta è indispensabile un certo tono e il coraggio di sacrificare molte cose».

«Uomo di scrupolo e di riflessione, pronto ad assumere le proprie responsabilità e a misurare esattamente la conseguenza di quel che dice e di quel che fa», scriverà nell’editoriale 31 ottobre 1944, il giornalista deve essere consapevole che col suo lavoro contribuisce a diffondere tra i cittadini i principi di un’etica pubblica. Ciò facendo egli si muove su un terreno scivoloso, un niente, un piccolo scarto, una sfumatura, ed ecco che il richiamo morale si tramuta in moralismo. Riuscire a mantenersi su questa delicata linea di confine è per lui una sfida quotidiana, il fascino del suo mestiere. Per questo, «un giornalista che, rileggendo il suo articolo pubblicato, non si domandi se ha avuto ragione o torto, che non avverta nel momento stesso né un dubbio né uno scrupolo, e che certe sere non provi lo sconforto di non essere all’altezza del lavoro assurdo e necessario che porta avanti settimana dopo settimana, un giornalista, per dirla tutta, che non sottoponga se stesso a giudizio ogni giorno non è degno di questo mestiere e riveste ai propri occhi e a quelli del suo paese la più pesante delle responsabilità».

In un’intervista dell’agosto 1951, rilasciata a Jean Daniel, il giovane pied noir, da lui avviato sulla strada del giornalismo, ripeterà con convinzione che esso è «una delle più belle professioni possibili proprio perché costringe a giudicare se stessi».

Fontehttps://c1.staticflickr.com/3/2359/2513316191_c92f73df91_z.jpg?zz=1
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Domenico Canciani
Domenico Canciani ha insegnato Lingua e civilizzazione francese nell’Università di Padova, occupandosi di Minoranze, storia intellettuale nella Francia del XX secolo e nel Maghreb, dei temi del dialogo interreligioso curando gli scritti di Louis Massignon (L’ospitalità di Abramo. All’origine di ebraismo, cristianesimo e islam, 2002; La suprema guerra santa dell’islam, 2003). Da anni si dedica allo studio della vita e del pensiero di Simone Weil, pubblicando articoli e monografie. Nel 2012 il volume Simone Weil. Le courage de penser, sintesi delle sue ricerche, ha ricevuto il Prix Biguet de l’Académie Française. Con Maria Antonietta Vito ha avviato una sistematica traduzione e cura di molti scritti della pensatrice francese.

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