Nella nostra storia pare non ci sia stato mai posto per le civiltà diverse dalla nostra, e lontane dalla cultura che il Vecchio Continente da tempo ha consolidato in tanti aspetti. Da sempre, abbiamo identificato l’altra civiltà, in una inamovibile certezza e trasposizione tolemaica della cultura, soprattutto come il nemico, la costante minaccia per il progresso e per la pace. Ma dimentichiamo che la nostra storia, solo pochi decenni fa ha registrato una delle più sanguinose distruzioni per l’Umanità. E che le guerre in Occidente non sono finite, ma continuano a svilupparsi sull’onda di conflitti etnici, di potere, di interesse economico.

Allora il punto è: siamo in grado di poter guardare agli altri popoli della Terra, ed in particolare al popolo islamico, come ad un Mondo cui dover imporre le nostre regole, la nostra democrazia? Tra l’altro, la nostra idea di “democrazia”, oggi, sta subendo una importante crisi di valori, non riuscendo più a conciliare tutto l’apparato ideologico con le continue contraddizioni di un liberalismo, spinto fino alla esasperazione delle masse.

La questione è anche la presunzione, oggi meno sbandierata ma spesso malcelata, di considerare le civiltà diverse dalla nostra come “entità sottosviluppate”, di guardare ad esse (da quella islamica alle più remote tribù africane) con l’ossessione del progresso a tutti i costi, dell’intervento liberatorio e della imposizione dei nostri modelli culturali.

Per tornare all’Islam, in un articolo di alcuni anni fa, “Europa, Occidente, Islam: profilo storico e prospettive”, lo storico Franco Cardini si richiamava ad un “fondamentalismo occidentalistico”: figlio della caratteristica intolleranza illuministica, che usa com’è noto travestirsi da tolleranza ma che al contrario è profondamente convinto che il mondo delle democrazie liberali e del liberismo economico sia il migliore dei mondi possibili e l’unico, finale e necessario traguardo possibile per qualunque umana cultura” . E giù di lì a scardinare ogni aspetto di quella cultura, iniziando dalla condizione femminile e continuando con le leggi, i Governi, le tradizioni, i rapporti familiari; il tutto con la convinzione di essere messianicamente destinati a “civilizzare” ogni angolo dei Continenti, non sintonizzati con le nostre regole ed il nostro modo di pensare.

Questo ufficio, che ci siamo storicamente attribuito, viene poi sistematicamente amplificato dalla martellante azione collaterale di quanti, dai media, lanciano appelli e denunciano ogni sorta di “male” nell’altra parte del mondo, spesso facendo il gioco degli interessi economici occidentali, o addirittura organizzati da questi. Quanti autorevoli ed infocati interventi sono state spesi per il burqa o gli altri tipi di veli indossati dalle donne islamiche o per il loro ruolo nella famiglia musulmana! Quante donne hanno sinceramente risposto che quella è la loro tradizione, è la loro cultura, è quello in cui credono! Nondimeno, spesso sono state bollate come schiave terrorizzate. Comprendere o giustificare una donna col burqa, per un occidentale è dura; significa a volte passare per filoterrorista.

Tuttavia, perché queste popolazioni non possono vivere nel sacrosanto diritto, che noi abbiamo riconosciuto alle nostre, di maturare il proprio percorso di cultura e civiltà autonomamente ed in piena libertà economica, sociale, religiosa, nella libertà anche di sbagliare?

Questa nostra non può chiamarsi tolleranza, bensì è il tentativo di imporre la propria cultura ritenuta l’unica salvifica (a torto o a ragione), e comunque con un atto di pura aggressione. Samuel P. Huntington, famoso politologo statunitense, sostiene nel saggio Scontro tra civiltà (ed. Garzanti) che “In futuro, il conflitto principale non sarà né ideologico, né economico, sarà invece legato alla cultura, alle linee di faglia tra le diverse civiltà”. Ed oggi, a queste popolazioni, alle quali il liberismo economico e la globalizzazione hanno portato più danni che vantaggi, non resta che legarsi alle proprie radici culturali ed alla propria storia, per dare un senso alla loro esistenza.

Occorrerebbe fare una seria e sincera analisi di come il mondo occidentale si sia posto nei confronti dell’Islam e vedere se questa ossessiva intromissione, con o senza armi, sia sempre giustificata; o, piuttosto non sia assenza di rispetto per questi popoli, per la loro autodeterminazione.

Sì, rispetto ci vuole e non tolleranza, perché quest’ultimo termine ha già in sé il virus della pretesa supremazia ideologica e culturale. La Storia recente, con la guerra in Iraq, ci ha offerto lo spettacolo della fallimentare conclusione di una commistione di interessi economici, della demonizzazione del mondo arabo che non flirta con i petrodollari, della visione distorta delle presunzioni occidentali.

A questo punto verrebbe da chiedersi se produca più male alla causa della pacificazione dell’Islam, quella ipocrita tendenza pseudo-progressista che pretende di avere la verità su tutto, dall’organizzazione dei Governi alla sessualità, o quei feroci continui attacchi della destra che vede, da sempre, nella civiltà islamica, il demone da combattere.

E tanto per citarne alcuni: Oriana Fallaci che riferendosi all’Islam sosteneva ci rinchiuderanno in riserve come i pellerossa”; o Winston Churchill che affermava “Quali terribili maledizioni getta il culto di Maometto sui suoi seguaci! Oltre al fanatismo, che in un uomo è pericoloso quanto lo è l’idrofobia in un cane, vi è questa temibile apatia fatalista. Costumi imprevidenti, antiquati sistemi di agricoltura, pigre metodologie di commercio, e insicurezza della proprietà esistono ovunque vivano o governino i seguaci del Profeta. Un sensualismo degradato priva questa vita della sua grazia, e l’aldilà della sua dignità e santità; e qui stiamo scrivendo di un grande leader della democrazia occidentale, nonché premio nobel della letteratura.

Non esistono immediate soluzioni allo scontro tra civiltà e al problema dei fondamentalismi che poi generano il terrorismo; ma un primo passo di saggezza utile alla causa potrebbe essere la dismissione del fondamentalismo dell’Occidente, sul quale vi sono fondati sospetti che sia colpevole per tutto il resto.

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