Potete votare per la vita o la morte artistica di qualcuno, una moderna arena romana in cui non si alza o abbassa il pollice ma si scarica un’App…

Il declino culturale e sociale, la conferma dello scadimento emotivo della televisione. Anno 2018.

Potete votare per la vita o la morte artistica di qualcuno, una moderna arena romana in cui non si alza o abbassa il pollice ma si scarica un’App sul cellulare o si vota direttamente dal telecomando.

Una ragazza in gara per i Live di X Factor canta “Io che amo solo te” di Sergio Endrigo e ad alcuni giudici, nuovi sacerdoti di un potere di natura orwellina, gocciolano lente e dense delle lacrime per una genuina o forse attoriale commozione, la telecamera inquadra gli occhi lucidi e gonfi, il pubblico osanna con le braccia alzate. Cosa è vero e cosa no? Pianto ed urla, la bipolarità dello spettacolo.

In mezzo alla folla speriamo ci siano pochi astanti, sbigottiti, dilaniati dal dubbio di essere o troppo stupidi o troppo intelligenti per assistere ad un simile commedia di vita.
Lei è bravissima, Elena, merita gli applausi e la approvazione della giuria, suona un piccolo strumento a corda, il brano è di un cantautore, un poeta e scrittore che da vivo sfortunatamente non ha avuto i riconoscimenti che meritava, la sua vita personale e artistica era discreta, affatto appariscente. Non è un capolavoro ma dopo tanti anni ancora incanta, ha la grazia, un testo semplice.

Ogni volta che la si sente un soldatino bacia una infermiera dopo essere tornato dalla guerra, due amanti si tengono per mano, chi non ha qualcuno accanto ha il magone.
Ci chiediamo cosa faccia, lei, un cuore buono si vede, un viso pulito, canta per sé non per piacere, è la canzone che sta vestendo la sua anima.

Assieme ad Elena, stesso programma, è il turno di Martina, si esibisce con un suo inedito, stringe il cuoricino, il testo è profondo come il mare in cui si è inabissato un tesoro, riaccade il miracolo, la musica fa la differenza, niente lacrimucce però, un viso bianco e maschile pallido di trucco sorride, uno femminile fa gli occhioni intelligenti. Lo spettacolo deve continuare.

Eccoli lì, seduti a valutare la performance ci sono i nuovi ricchi, sponsor viventi di una industria milionaria che o tiene a galla o inghiotte.

Ci troviamo dinanzi, fisicamente al supermercato mediatico delle coscienze, magari riusciamo a sentirci utili e altruisti, se non è una scatola di plastica è altro, forse un rettangolo di tecnologia tenuto in mano e portato in ogni stanza, un confessionale laico: più si illumina il display e più ci vogliono bene.

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Damiano Landriccia
Damiano Landriccia nasce ad Andria, nel 1973. Sposato, con tre figli, vive a Trani. Ama leggere e scrivere. Ha scritto e scrive recensioni cinematografiche per il Mensile Culturale milanese “Quarto Potere” (www.quartopotere.com). Ha scritto per la rivista di moda pugliese “City View”. Ha vinto il Festival Teatrale U.A.I. – Atti Unici Italiani – di Reggio Emilia nel 2004. Gli hanno di seguito rappresentato il Testo vincitore “Il Grande Padre” a Reggio Emilia presso “Il Teatro Piccolo Orologio” sempre nel 2004. Edizioni Babila gli ha pubblicato delle poesie nel libro “Ad un passo dell’anima - dal verso all’immagine”. I testi teatrali sono pubblicati su www.dramma.it. Altri testi e poesie sono pubblicate sul sito www.ewriters.it

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