Aveva un po’ di sabbia tra le dita dei piedi. Sentiva nelle narici il profumo del mare. Provò a cambiare posizione, si rigirò per l’ennesima volta nel letto. Ma alla fine decise che dormire non sarebbe più stato possibile, almeno per quella notte. Si alzò e, come sempre, a piedi nudi, senza fare rumore, andò in cucina e si versò un bicchiere di acqua ghiacciata. Non che facesse bene, ma l’aveva sempre bevuta così, tutto d’un fiato. Era il suo rituale notturno e non sapeva rinunciarci.

Erano abituati entrambi a lasciare la cucina in ordine.

All’inizio non era stato così, c’erano voluti tanti anni per stabilire regole e riuscire a rispettarle. In qualche modo ce l’avevano fatta, nonostante le grandi differenze. Avevano vinto.

C’era stato qualcosa di più forte a portarli nella stessa direzione. E adesso non c’era mai niente fuori posto. Lo sapeva, avrebbe dovuto lavare il bicchiere e rimetterlo ad asciugare, ma una volta tanto decise che poteva aspettare.

Era difficile riprendere sonno quando mancava poco all’alba. Così preferì andare a sedersi sul divano e ripensare a quel pomeriggio. Avevano viaggiato a lungo per tornare proprio su quella spiaggia, una conca di sabbia protetta dagli scogli.

Sembrava che qualcuno l’avesse disegnata, a forma di cuore, un cuore pieno, panciuto, segnato solo da qualche onda.

Soffiava vento di terra, era forte e caldo. Sollevava i granelli di sabbia creando piccoli vortici. Ma si calmò al loro passaggio e lasciò che le orme dei due viaggiatori segnassero il percorso.

Provarono un momento di tristezza, si guardarono con gli occhi velati. Si erano già detti tutto, tante volte. Una parola in più avrebbe potuto far saltare quel meccanismo così rodato.

Fu un attimo intenso, ma finì anche quello. Il passo successivo fu sorridere come sapevano fare loro.

Si sedettero sulla sabbia tiepida. Uno dei due si tolse anche le scarpe per rendere più intimo il momento.

Lanciarono due piccoli sassi nell’acqua, uno a testa. E li videro affondare rapidamente. La risacca sfiorava le dita dei piedi. Rimasero lì, seduti, abbracciati, per un istante lungo e senza parole. Forse per sempre.

Tornò con la mente nella sua casa, sul divano. Pensò che forse stava andando oltre. Ma non sapeva dire in che modo, sentiva solo che c’era qualcosa di sbagliato: forse era nel posto sbagliato? Ma c’era davvero un posto giusto? Restò lì ancora per un po’…

L’altra persona si sollevò dal letto. Ormai si muoveva a fatica. Un cuore giovane in un corpo ormai in là con l’età.

Aveva 87 anni e sognava ancora. E infatti aveva sognato.

Stava partecipando a una caccia al tesoro. Gareggiavano in dieci ma fino a quel momento era imbattibile. Aveva risolto indovinelli, scovato indizi improbabili, correva da una tappa all’altra del percorso usando tutta la concentrazione di cui era capace. Il gioco era estenuante ma il brivido della conquista non trovava pace. Quale sarebbe stato il tesoro tanto agognato? Sapeva che ne sarebbe valsa la pena.

E così continuò, corse fino all’ultimo indizio. Aprì quel bigliettino di carta, sembrava ingiallito dal tempo, come se fosse stato lì ad aspettare per anni. Lesse una frase che mandò in tilt tutti i criteri che aveva usato fino a quel momento. Vacillarono anche le intuizioni. La frase che aprì quella voragine a prima vista metteva in fila parole che non spiegavano niente.

“Finora hai sempre corso – leggeva sul pezzetto di carta – ma è tempo di fermarti, è il momento di vedere. Il tesoro è vicino. Solo se vuoi”.

Pianse dopo aver letto. Senza sapere perché. Cominciò a guardarsi intorno in cerca di una soluzione che tardava ad arrivare. Adesso temeva che gli altri concorrenti potessero vincere. Temeva anche di indovinare e vincere il suo premio.

Poi aprì gli occhi portandosi dietro il senso di inquietudine del sogno. Com’era difficile dormire soli, pensò. Vide il bicchiere vicino al lavello. Non ricordava di aver bevuto prima di andare a dormire. A una certa età la memoria non è più la tua migliore amica.

Il suo sguardo cadde sul pavimento chiaro. Per terra c’era qualche granello di sabbia.

All’improvviso capì. Sorrise. Smise di respirare.

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Claudia Ceci
Giornalista e un po’ girovaga. Curiosissima. Non è esperta di niente. Così su due piedi le vengono in mente: mare, fuoco, libri, cinema, castelli, puzzle, vino buono, parole crociate. Spera che le domande abbiano risposte. Le piacciono le persone, e quindi le storie. Ha cominciato a scrivere favole a sette anni perché credeva alla magia. Scrive perché ci crede ancora.

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