“L’uomo, la persona, deve diventare il punto di incontro e non di scontro per quanti hanno deciso di scendere a valle e, magari, prendere sulle proprie spalle l’uomo ferito.”
(cfr. Vangelo secondo Luca 10,25-37, Parabola del Buon Samaritano)

Don Geremia, da molti anni noto per la sua attività all’interno della Casa Accoglienza “Santa Maria Goretti”, nel centro storico di Andria, dove ogni giorno centinaia e centinaia di diseredati, molto spesso andriesi, trovano un pasto caldo, abiti, farmaci e la possibilità di farsi una doccia.
Ha accettato di concedere un’intervista a Odysseo. Ad un patto, però: saltare subito i convenevoli…

Don Geremia, con quali occhi vedi, anche in virtù della tua missione quotidiana, la città di Andria?
Andria è una grande città dove, a differenza dei piccoli centri, sentimenti come la delusione, la preoccupazione e il disagio sono sentiti maggiormente.
Noto, ahimè, tantissima rassegnazione che è presente non solo nelle fasce più deboli della popolazione, ovvero in coloro che vengono definiti i poveri storici, tutte quelle persone che abbiamo semplicemente assistito, negli anni, senza preoccuparci di avviare, con loro e per loro, percorsi coraggiosi che consentissero agli stessi di conquistare una, seppur limitata, autonomia.
Per i “poveri storici” non c’è più nulla da fare, in quanto, e aggiungo purtroppo, l’assistenzialismo, costante, garantito loro dallo Stato, ma anche dalla Chiesa, non ha sortito gli effetti sperati, perché queste persone risultano essere prive di strumenti e soprattutto di stimoli che consentano loro di raggiungere un briciolo di indipendenza.

Perché parli di “poveri storici”: ce ne sono di nuovi?
Sì! C’è un’altra categoria di poveri: i nuovi poveri, i figli della crisi economica in atto.
Si tratta di persone che fino a poco tempo fa conducevano un’esistenza dignitosa; oggi invece si ritrovano, improvvisamente, ad aver perso tutto mantenendo, però, un forte grado di dignità.
Queste persone vengono emarginate, o meglio si autoemarginano, perché la vergogna, l’imbarazzo predominano in loro.
Noto l’imbarazzo di queste persone, che la crisi economica ha derubato di ogni cosa, anche della speranza. Vedo il senso di inferiorità che caratterizza i loro comportamenti nel confronto con i volontari di Casa Accoglienza. Questo senso di inferiorità purtroppo spinge i nuovi poveri a fruire in maniera limitata dei servizi che vengono loro offerti dal settore privato, pubblico e dalle realtà ecclesiali.

Come vedi Andria, la città in cui vivi?
Emerge in questa città tanta rassegnazione e rabbia: rassegnazione connessa alla durata interminabile della crisi economica; rassegnazione presente anche in quelle persone che dovrebbero e potrebbero dar voce a se stessi e a tanti – che in quanto privi di strumenti culturali/ economici non possono farlo – mi riferisco ai tanti liberi professionisti che avvertono la crisi perché nei loro studi le pratiche si sono ridotte all’osso. Questi professionisti, ma anche gli stessi studenti universitari, dovrebbero avviare una profonda riflessione, anche partendo dallo studio dei dati della disoccupazione giovanile che è stato confrontato con quelli degli anni ’70-’80.

Come mai l’Istat ha fatto questo confronto?
Il confronto forse è stato operato perché questa crisi, questa povertà, la si trascina da sempre.
La povertà è una costante, da troppi anni, nella vita di tantissime persone che, come ho gia detto precedentemente, hanno ricevuto solo “contentini”, si pensi ad esempio ai tanti ammortizzatori sociali come la c.d. pensione sociale (€ 250).
Mi chiedo si vuole davvero affrontare il problema povertà o si vuole solo convivere con lo stesso?

Registri indifferenza, da parte dei diversi operatori sociali, sul problema povertà?
L’indifferenza conduce a considerare l’altro come un morto e quindi a girare la testa dall’altra parte ogni volta in cui incrociamo sulla nostra strada un bisognoso.
Non c’è, tuttavia, un’indifferenza radicale, ma un’indifferenza mista a rassegnazione: capita sovente di ascoltare frasi come: “Tanto è così che posso fare io da solo?”
Come accennavo prima, oltre all’indifferenza, c’è la rabbia di chi vorrebbe fare qualcosa per il prossimo, ma è costretto a desistere, a causa del contesto depresso, da questo nobile intento.
Indifferenza, rabbia ma anche ipocrisia che riscontro tutte le volte in cui si verificano casi eclatanti come suicidi, omicidi all’interno delle mura domestiche o stragi, nei nostri mari, di migranti. Dinanzi a notizie del genere ci dimeniamo, versiamo lacrime e poi ci guardiamo bene dall’aiutare, ciascuno secondo le proprie possibilità, fattivamente chi soffre.

Oggi sei considerato un’icona: non potrebbe questo rappresentare un alibi per tanti che, di fatto, limitano la propria azione nel comodo convincimento che il tuo agire sostituisca il loro?
Non sono un’icona, ma semplicemente un sacerdote, o meglio un uomo al servizio di altri uomini. Ho scelto di essere un sacerdote e non un fenomeno mediatico.
Ciò che oggi mi spinge nel realizzare qualcosa per l’altro non è la sua situazione economica, la posizione sociale o la provenienza, ma è vedere la sua umanità messa a repentaglio.
Questo approccio discende da un quesito: Perchè tutto quello che desidero per me (avere una buona salute; divertirmi; comprarmi vestiti) non posso desiderarlo anche per gli uomini in difficoltà che incontro durante il mio cammino?.
È proprio da questo quesito che nasce la forza e la volontà di scegliere da che parte stare: dalla parte dei più deboli perché ho un debole per i deboli.
Penso che tutte le volte in cui un uomo abbia bisogno di aiuto, non ci deve essere tempo da perdere anzi: bisogna porre in essere tutte quelle azioni atte a superare la situazione di emergenza.
Dinanzi ad un uomo sofferente non devono esserci tempi burocratici, termini perentori ecc… il rispetto delle regole va sicuramente assicurato, ma l’importante è non far prevalere la forma sulla sostanza, la legge sull’uomo.
Molto spesso mi vien detto: “Non ci sono risorse, mi spiace”. E la cosa che più mi addolora è vedere con quanta indifferenza si permette che questi Uomini e Donne vadano incontro alla morte. Mi sento sempre più in colpa – in quanto uomo tra gli uomini – perché con queste morti atroci ed ingiuste muore continuamente una parte della mia umanità ed un dubbio atroce pervade il mio animo: “Ho fatto tutto il possibile? O potevo fare ancora? Potevo osare di più? Signore Dio ti chiedo perdono”.

(Leggi la seconda parte) (Leggi la terza parte)

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Giuseppe Leonetti
Una famiglia dalle sane radici, una laurea in Giurisprudenza all’Università di Bologna, con una tesi su “Il fenomeno mafioso in Puglia”, l’esperienza di tutti i giorni che ti porta a misurarti con piccole e grandi criticità ... e allora ti vien quasi spontaneo prendere una penna (anzi: una tastiera) e buttare giù i tuoi pensieri. In realtà, non è solo questo: è bisogno di cultura. Perché la cultura abbatte gli stereotipi, stimola la curiosità, permettere di interagire con persone diverse: dal clochard al professionista, dallo studente all’anziano saggio. Vivendo nel capoluogo emiliano ho inevitabilmente mutato il mio modo di osservare il contesto sociale nel quale vivo; si potrebbe dire che ho “aperto gli occhi”. L’occhio è fondamentale: osserva, dà la stura alla riflessione e questa laddove all’azione. “Occhio!!!” è semplicemente il titolo della rubrica che mi appresto a curare, affidandomi al benevolo, spero, giudizio dei lettori. Cercherò di raccontare le sensazioni che provo ogni qualvolta incontro, nella mia città, occhi felici o delusi, occhi pieni di speranza o meno, occhi che donano o ricevono aiuto; occhi di chi applica quotidianamente le regole e di chi si limita semplicemente a parlare delle stesse; occhi di chi si sporca le mani e di chi invece osserva da una comoda poltrona. Un Occhio libero che osserva senza filtri e pregiudizi…

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