dittatore

Il piano era semplice; ci si doveva travestire da cacciatori di anatre e sparare un colpo di fucile da una barca in direzione di un lago. Era il segnale della compiuta invasione dell’Ostria.

È l’apice comico di un cult che ha rivoluzionato il primo modo di fare cinema. Già, perché Il grande dittatore non è solo il più famoso film scritto, diretto ed interpretato dal genio, fino ad allora muto, di Charlie Chaplin, ma rappresenta una parodia del nazismo e della controversa figura di Adolf Hitler, alias Hynkel. Quei baffetti sornioni illuminano lo schermo ridicolizzando la cattiveria di un uomo che aveva seminato terrore durante la Seconda Guerra Mondiale. Chaplin non aveva paura di ritorsioni politiche, non gli interessava l’etichetta neutrale, osava perché la sua grandezza glielo permetteva, si allontanava dalla schiavitù intellettuale attraverso un linguaggio nuovo e originale, un linguaggio che superasse la riduttiva visione di gag per mirare allo scopo didattico della pellicola, sensibilizzando lo spettatore alla brutalità dello scontro razziale.

Si affidò, allora, a sofisticati intrecci di parole, utilizzando un artificio recitativo tipico dei giullari, artisti dell’ironia, anime itineranti che assemblavano diversi dialetti caricaturandone inflessioni ed accenti, argomentazioni comprensive per chiunque cogliesse, tra storpiature vocali, la pungente malizia della denuncia sociale. Gestualità e mimica si limitavano a fornire il tessuto connettivo tra i dialoghi e le battute di una comunicazione basata sullo spiazzante neologismo, ‘Grammelot’, dopo la bomba atomica, indubbiamente, la più letale arma di distruzione di massa. Pur senza articolare frasi di senso compiuto, il Grammelot conferiva espressività musicale e suoni onomatopeici a discorsi fortemente iperbolici e significativi. Le emozioni e le suggestioni di personaggi storici venivano tradotte e reinterpretate in chiave moderna, facendo della satira non tanto sul messaggio in sé, quanto sulle modalità con cui venivano raccontate situazioni paradossali, complicate da articolazioni labiali sciatte e prive di semantica.

In tempi più recenti questo filone è stato rivisitato, perfezionato e valorizzato dal Premio Nobel Dario Fo che ha adattato il Grammelot alla sua incredibile opera Mistero buffo, un insieme di monologhi che descrivono episodi in salsa biblica, ispirati a parabole dei Vangeli apocrifi e a racconti popolari sulla vita di Gesù.

Dalle ‘Nozze di Cana’ alla ‘Resurrezione di Lazzaro’, la mano poetica di Fo calca i versi toscanacci di una divinità circoscritta ai difetti carnali dell’essere umano, un dispotismo che sfocia nella ridicola volontà di essere assecondato, comportamenti totalitaristici che ci insegnano ad accompagnare con irriverenza la mitizzazione di paradigmi discutibili.

“Il nostro teatro, dunque a differenza di quello di Pirandello o di Čechov, non è un teatro borghese, un teatro di personaggi che si raccontano le proprie storie, i propri umori, che poi sono le chiavi di conflitto meccaniche. Ci siamo sempre preoccupati di riprendere, invece, un’altra chiave, la chiave della situazione’” (Dario Fo).

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Miky Di Corato
Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.

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