Esilarante evento che fa dimenticare la brutta avventura di aver calpestato… fiori e non diamanti

Sarà certamente orgoglioso il marciapiede dell’ultimo tratto di Via Porta Reale che sbocca a Barletta nei pressi dell’area, dove una volta i contadini, non appena nell’aria risuonavano, i tre rintocchi dell’orologio di San Giacomo, svegliavano gli insonnoliti traini dalle gigantesche ruote di legno abbracciate da un lucido cerchione metallico.  Poi, mestamente, all’imbrunire, ritornando con passo cadenzato dal piccolo podere, quando il sole era appena precipitato oltre l’orizzonte, li parcheggiavano con le stanghe puntate verso le stelle ed abbeveravano la mula alla vicina fontana, prima di accasciarsi alla misera tavola per il desinare, in un piattone insieme, moglie e marito.  Affondando cucchiai o forchette ad un ritmo altalenante.

Congiuntamente, è desolato, l’esiguo marciapiede dalle umili origini. Realizzato in grossolano calcestruzzo. Nudo.  Privo di pavimentazione, orfano persino di cordolo calcareo. Non gli tiene compagnia neanche un fondo stradale, ma un dirupato fossato, sterrato, che un tempo remoto si trovava all’esterno delle mura della città.

Gode ora, però, di ottima salute e di un singolare privilegio che lo rende unico, ed un giorno o l’altro lo porterà agli onori del guinness dei primati. Non se ne insuperbisce per boria. È umile di natura e di educazione. Né mai diventerà altezzoso. Come tanti, rampanti della specie umana che cancellano il primordiale brodo di coltura e saltellano con piacere in maleodoranti pozzanghere, sapide di sangue umano ed animale, impregnate di linfa vegetale.

È speciale, unico, in tutta la città della mitica Disfida di Barletta. S’impreziosisce, infatti, per la profusione di tante… deiezioni di cani, ma anche di gatti e topi di fogna, che esibisce con solenne dignità. Roba fresca di giornata ed anche prelibatezze dall’indiscusso valore archeologico, che, un giorno o l’altro, qualche istituzione culturale provvederà a tutelare in teche di cristallo antiproiettile.

Per qualcuno evocano fiori. Dalle mille nuance di colore. Profumatissimi. Disseminati con nonchalance da fondoschiena alieni da tabù. Altri, gli immancabili golosoni si gettano con l’immaginazione, sbavando, su stecche di cioccolato, addentano palle di Mozart ed ingurgitano baci, corredati di delicate frasi d’amore. I maestri di famose multinazionali, nonostante l’indiscussa maestria dolciaria, non riusciranno mai, però, ad eguagliarli per forma, calore, aroma, disposizione, croccantezza e… forse …anche per squisitezza.

Per la cronaca, gli amici dell’uomo, i piccoli felini e gli abitanti delle fogne con l’abbaiante, miagolante o squittente passa parola ce la mettono tutta nel diffondere la lieta novella a tutte le contrade cittadine ed anche alle limitrofe campagne. Hanno trovato, finalmente, un sito incantevole, appartato, dove espletare la più nobile delle funzioni del corpo e dell’anima.

Qualche mastino, alano, dalmata, barboncino, pastore abruzzese o cane lupo, avvezzo a servirsi disinvoltamente di facebook, come tanti umani, sbavanti davanti al monitor ed eccitati per le banalità chattate, ha incollato dei post, che hanno immediatamente ricevuto il consenso di valanghe di “like” e commenti lusinghieri. I quadrupedi di tutti i continenti, strabiliati, all’unisono, vogliono sapere dove si trova la stupenda località. Qualcuno ha già prenotato il viaggio in aereo.

È un accorrere spasmodico. Vengono, perciò, ormai da ogni latitudine. Sul famoso marciapiede. Si mettono in coda. Tranquillamente. Non hanno bisogno, come gli esseri umani di avvalersi dell’ipocrita “elimina coda”, che non elimina un bel niente, al massimo disciplina le folle, che assiepano ingordamente gli uffici pubblici.

Loro con la coda ci sono abituati e la fanno mulinare al vento con gran divertimento e simpatia. Si discostano, in questo dettaglio, dalla scimmia nuda che da diverse migliaia di anni l’ha persa, e quindi cerca senza ritegno di passare sul corpo degli altri per arrivare prima. Con intrighi, raccomandazioni o… medaglie politiche di latta, trafugate al popolo.

Attendono pazienti. C’è chi abbaia, chi latra, chi guaisce, chi mugola, chi guaiola, chi uggiola, chi ringhia, chi ulula, chi urla. Non si guardano in cagnesco per la diversità razziale. Né si sfiora mai la rissa con l’immancabile arrivo di forze dell’ordine in assetto antisommossa, come contro i precari o quelli che difendono le ragioni dei loro territori.

Non fiorisce, purtroppo, la speranza che Barletta diventi celeberrima anche per una seconda “Disfida di Barletta”, precisamente, per il “Certame canino bardulense”. Perché i cani non sono mercenari, assoldati a potenze straniere o potentati locali, né erigono mai muri tra di loro, anche se di contrade diverse.  Costruiscono ponti. Loro.

Alcuni, nomadi, liberi per natura, orgogliosi di essere ibridi, si trascinano macilenti ed apparecchiano una mensa di emaciati escrementi.  Altri, ben pasciuti, sdegnosamente rifuggono dal guinzaglio e dalla museruola, che i loro padroni vorrebbero imporre. Detestano sdegnosamente, infatti, quanto avviene nelle moderne democrazie, dove milioni di esseri umani, abbindolati da consumistiche lusinghe, si lasciano imporre le redini e la mordacchia.

Anche il cane più acculturato, infine, rifugge, per il momento, dalla tentazione di scrivere un romanzo storico. Teme di produrre un’opera letteraria di scarsissimo pregio letterario, come “La disfida di Barletta”, di Massimo D’Azeglio, dispregiatore delle genti del Mezzogiorno. Si sentirebbe, poi, offeso nella sua dignità, dal rischio che nel futuro gli venga dedicata una via, come è successo a malfamati personaggi come lo sprezzante D’Azeglio, lo sgominatore Cialdini e Luigi Cadorna, l’infame generale della disfatta di Caporetto.

Arrivato il proprio turno, gli amici dell’uomo piegano leggermente le zampe posteriori, sollevano la coda che diventa statuaria. Chi ha l’ha l’avventura di trovarsi nei paraggi, vede scorrere da un roseo pertugio un fumante cilindro che si deposita soavemente per tutta la sua lunghezza, sul ruvido battuto di cemento, o, accuratamente ridotto in formati e dimensioni speciali, si distribuisce a singhiozzo, come punti di sospensione.  O ascolta lo scrosciare del liquido dorato, che scorre precipitoso lungo la china. Prova ribrezzo, si mostra schifiltoso, avverte un conato di vomito, gli viene la nausea, ma la sua anima rimane indifferente davanti alle tante atrocità, di cui in qualche modo è anche responsabile.

V’è, persino, gente rintanatasi volutamente di sera in uno scabro edificio, perennemente impalcato. Per assistere al mirabolante spettacolo che non ha nulla da invidiare al trattenimento televisivo di prima serata. Numerose coppiette, installatesi di soppiatto, sospendono persino i loro focosi amplessi per lanciare occhiate languide, mentre miseri migranti colgono la ghiotta occasione per dimenticare momentaneamente  bombardamenti, razzie, ruberie, espoliazioni, attraversamento del Sahara, detenzione nei lager libici, tragedie vissute sul mare e, dulcis in fundo, discriminazione e disprezzo degli italiani, tutti cristiani, in verità, per cultura e costume.

Il materiale fecale dei cani, dal doppio mento e pancione che rasenta il suolo, proviene da alimenti scelti con grande accuratezza dai loro padroncini. Roba di valore, griffata, che riceve il consenso chiassoso dei quattro zampe, quando davanti al televisore, scodinzolano con moto ossessivo-compulsivo ed abbaiano freneticamente, non appena avvistano i prelibati bocconcini dell’ammiccante pubblicità. In questo non si discostano minimamente per sensibilità dai loro mentori. Purtroppo, anche per loro, la carne bovina, suina, equina ed avicola ha subito denaturanti trattamenti industriali, che l’ha resa indigesta, dannosa e responsabile di molte forme cancerogene, anche se a vedere le confezioni c’è da cadere in deliquio.

Fortunati sono, invece, quelli che assaporano le genuine delizie del “Panifico dei mulini antichi” di Paolillo Vincenzo. Alla chiusura del punto vendita in Via dell’Industria, presidiano l’enorme cesto contenente pane invenduto della giornata. Destinato con prodigalità ai cittadini bisognosi! Ne fanno incetta. Digrignano, però i denti, perché ricevono, la concorrenza di galline ovaiole, a cui piace molto la crusca del genuino pane integrale, fatto con antico grano “Saragolla”.

Ultimamente, sulla Litoranea di Ponente sono stati avvistati tre cinghiali. Anche loro erano diretti al celebre sito. Poverini! Ansimanti, hanno dovuto attendere la sera per godere delle gioie del paradiso offerte dall’incantevole marciapiede ad un tiro di fionda dall’Adriatico, dove il mitico cane Argo si recava per attendere l’arrivo dell’amato Odisseo.

Il signor Raffaele C, i cui balconi si affacciano sul fiorito marciapiede, si è rivolto alle autorità competenti perché provvedano ad eliminare quello che a lui appare lerciume immondo. I Palazzi del potere, però, che guardano lontano, con l’occhio attento alla finanza ed all’economia, non hanno preso in seria considerazione la peregrina segnalazione. Per lungimiranza politica. Se il deposito, infatti dovesse continuare a svilupparsi, si formerebbe una tale massa di guano, una miniera a cielo aperto, un’imprevista risorsa economica, e sarebbe possibile mettere su un impianto per la produzione di fertile concime organico. Capace di ridare vitalità alle campagne del contado, impoverite dall’ammendamento di natura chimica. Due piccioni con una fava!

Increduli, hanno sgranato gli occhi e spalancato la bocca, i fortunati passanti dell’ultima ora. Ripresisi, estratto l’immancabile smartphone, hanno immortalato l’incredibile evento, per diffonderlo su tutti i social.  Come per incanto e per prodigio della natura, da batuffoli di letame erano spuntati meravigliosi fiori, ed il pensiero è corso istantaneo al grande Fabrizio De André: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”. Di questo passo, per l’emulazione di tutti i marciapiedi, Barletta potrebbe diventare la città più fiorita d’Italia.

 

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Domenico Dalba
Percorso scolastico. Scuola media. Liceo classico. Laurea in storia e filosofia. I primi anni furono difficili perché la mia lingua madre era il dialetto. Poi, pian piano imparai ad avere dimestichezza con l’italiano. Che ho insegnato per quarant’anni. Con passione. Facendo comprendere ai mieli alunni l’importanza del conoscere bene la propria lingua. “Per capire e difendersi”, come diceva don Milani. Attività sociali. Frequenza sociale attiva nella parrocchia. Servizio civile in una bibliotechina di quartiere, in un ospedale psichiatrico, in Germania ed in Africa, nel Burundi, per costruire una scuola. Professione. Ora in pensione, per anni docente di lettere in una scuola media. Tra le mille iniziative mi vengono in mente: Le attività teatrali. L’insegnamento della dizione. La realizzazione di giardini nell’ambito della scuola. Murales tendine dipinte e piante ornamentali in classe. L’applicazione di targhette esplicative a tutti gli alberi dei giardini pubblici della stazione di Barletta. Escursioni nel territorio, un giorno alla settimana. Produzione di compostaggio, con rifiuti organici portati dagli alunni. Uso massivo delle mappe concettuali. Valutazione dei docenti della classe da parte di alunni e genitori. Denuncia alla procura della repubblica per due presidi, inclini ad una gestione privatistica della scuola. Passioni: fotografia, pesca subacquea, nuotate chilometriche, trekking, zappettare, cogliere fichi e distribuirli agli amici, tinteggiare, armeggiare con la cazzuola, giocherellare con i cavi elettrici, coltivare le amicizie, dilettarmi con la penna, partecipare alle iniziative del Movimento 5 stelle. Coniugato. Mia moglie, Angela, mi attribuisce mille difetti. Forse ha ragione. Aspiro ad una vita sinceramente più etica.