Il 19 febbraio Roma è stata presa d’assalto dalla barbarie. Che non ha nazionalità. Ma ha i volti, le mani e la violenza dei tifosi di una squadra di calcio olandese. Che poi chiamarli tifosi è già un errore. Chiamiamoli con il loro vero nome: vandali.

Dopo le scorribande a Campo de’ fiori sotto lo sguardo triste di Giordano Bruno, la massa compatta di invasati ha deciso bene di prendere d’assalto uno dei luoghi simbolo della romanità: quella Piazza di Spagna, meta privilegiata dei turisti, ma anche dei romani il sabato pomeriggio.

E quello che è successo alla Fontana della Barcaccia, opera di Pietro Bernini, forse completata da suo figlio Gian Lorenzo, è ormai cronaca: danni irreversibili a soli pochi mesi da un restauro che aveva rimesso a nuovo la fontana.

Cercare le responsabilità per quello che è accaduto è mero esercizio di stile: colpa del prefetto, colpa del ministro degli interni, colpa della polizia, colpa del sindaco, colpa degli olandesi, colpa del calcio, colpa di Bernini che proprio là doveva andare a mettere la Barcaccia.

Il risultato però rimane lo stesso: il centro di Roma con i suoi monumenti, le sue aree archeologiche, il suo glorioso passato è stato lasciato in balia di individui che hanno dato prova di non avere nessun rispetto per la cultura del Paese ospitante.

Le generalizzazioni le lasciamo a quelli che non hanno voglia di approfondire, studiare e capire la realtà, ma solo di urlare e prendersela con lo “straniero” di turno e quindi segnaliamo come meritoria l’iniziativa partita sul web per raccogliere fondi dall’Olanda proprio “per reperire risorse per restaurare la Barcaccia”.

A questo punto della storia, dopo aver messo in fila i fatti, partono le opinioni su come salvaguardare il patrimonio romano. E qui casca l’asino. Casca esattamente sull’idea che i muri, le recinzioni, i limiti siano la panacea di tutti i mali.

Pensare di ingabbiare i monumenti per salvaguardarli è una visione del patrimonio culturale vecchia, vecchissima che ci riporta indietro di decenni.

Siamo nel 2015, siamo nell’era della condivisione, delle Invasioni Digitali  (tanto per citare un fulgido modello di restituzione dei beni culturali alla collettività), dei selfie al museo: tutti esempi di come la cittadinanza voglia e debba riappropriarsi del tessuto connettivo delle nostre città.

Immaginare di recintare un monumento significa semplificare la realtà, significa avere un atteggiamento difensivo e non propositivo, vuol dire in una parola isolare l’”oggetto” (passatemi la semplificazione) dal contesto urbano in cui è nato.

Quello che manca non sono delle gabbie, ma la consapevolezza che gli archi, le statue, le chiese, le fontane sono patrimonio condiviso, sono di tutti e per tutti.

Certo se anche la politica aiutasse a recuperare questo senso civico, di appartenenza ad una collettività che ha un passato, un presente e un futuro, forse saremmo già a metà dell’opera.

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