«Daniela continuerà ad essere la tua cara mamma in Italia, d’ora in poi tu potrai contare su un padre bianco…»

Puntualissimo alle 16.00, il Papa, tutto di bianco con una grande croce sul petto, assieme a frate Fabio Baggio, si affaccia sulla soglia di una sala privata, adornata esclusivamente da un crocifisso ed una icona papale. Calorosamente vengono accolti, i due ospiti, Daniela e Kadèr. Subito dopo, si accomodano su quattro delle sei sedie accovacciate intorno ad un basso tavolino.

In due occasioni, Fabio, il responsabile per la Santa Sede delle politiche della migrazione ha modo di sentirsi con quel ragazzino, divenuto in pochi mesi portavoce ufficiale dell’UNICEF. La prima volta a Marrakech, nel Marocco dove rappresenta l’Italia alla due giorni dello Youth forum organizzato dall’Unicef e successivamente a Ginevra dove si svolge la Conferenza Intergovernativa sul Global Compact che incoraggia le imprese di tutto il mondo ad abbracciare principi fondamentali relativi a diritti umani, standard lavorativi, tutela dell’ambiente e lotta alla corruzione, per creare un’economia mondiale sana e sostenibile.

Sono felici i due anfitrioni di incontrare due persone che, uscendo dallo stritolante cappio del proprio egoismo, si sono messi in gioco per donarsi agli altri e soffrono congiuntamente per le drammatiche esperienze che ogni cellula del loro corpo, ogni segreto anfratto del loro animo ha patito.

Lo si legge negli occhi, in tutte le espressioni del viso, nella sobria gestualità, nella postura, nel modo in cui ascoltano il 19enne ivoriano, un pronipotino, e la mamma acquisita. Per una trentina di minuti. Caldi. Il Pontefice se ne riserva una manciata, per esprimere il suo apprezzamento, per manifestare affetto, per incitare a donarsi per i tanti derelitti, la cui vita è sconvolta anche per efferate scelte compiute dai paesi civili e democratici.

Daniela, viso raggiante, fasciata da un vestito nero a fiorami, su cui campeggia una splendida rosa rossa. Kadèr, fronte spaziosa, occhiali, naso camuso, labbra carnose, abito cielo cobalto, cravatta granata. All’occhiello della giacca è appuntato il distintivo dell’ANPI, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, portato con fierezza, perché nel suo animo si sente partigiano, il primo partigiano africano, in tutte le situazioni in cui la libertà viene conculcata, i diritti vilipesi, l’uguaglianza calpestata, la solidarietà elusa.

Giovane di 19 anni, una saggezza dai capelli bianchi. Si lascia alle spalle la Costa d’Avorio. Per lunghi e roventi giorni i suoi piedi affondano nella rovente sabbia del Sahara. Raggiunge finalmente la Libia. Carcere e torture in un lager.  Fugge rocambolescamente inseguito da proiettili, che lo lambiscono senza ferirlo. Esausto, tocca le agognate coste italiane a bordo di un gommone stracolmo di migranti. Viaggio mozzafiato tra inclementi marosi, urla di disperazione, lacrime, pianti e sofferenze inaudite di bambini donne e giovani. Più volte la carretta ha rischiato di affondare.

Lui non è un rifugiato politico, né è spinto da motivi economici. Avverte molto forte il bisogno di conquistare la libertà, per sé, per gli altri e di lottare contro ogni forma di ingiustizia. Intende diventare un avamposto di resistenza ed utopia, e sa bene quali sono i prezzi da pagare.

La permanenza a Camini gli ha consentito di recuperare il rispetto di sé stesso. Ora, guarda profondamente negli occhi Papa Francesco e gli esprime la sua condivisione per le azioni di accoglienza, protezione, promozione ed integrazione proposte in occasione della “Giornata mondiale del migrante e del rifugiato”.

Spiega, poi, le ragioni che spingono gli Africani a lasciare la propria casa, la cultura, le persone più care. A mettere a repentaglio la vita. Ad andare incontro ad umiliazioni ed incertezze. Ascoltandolo, Papa Francesco assentisce, muovendo il capo sul cui viso si disegna una piega di sofferenza.

Incoraggia Kadèr, lo supplica nel continuare a sognare, a lottare. Lo sprona ad esporre coraggiosamente la verità. Sempre, costi quel che costi. Lo mette anche in guardia dalle difficoltà e dai pericoli, sempre incombenti, disseminati lungo la strada della generosità.

Poi aggiunge: “Daniela continuerà ad essere la tua cara mamma in Italia, d’ora in poi tu potrai contare su un padre bianco, incrollabile nella fede in Cristo, (e si tocca il crocifisso) e nella fiducia negli uomini di buona volontà. Tutte le volte che ti troverai in difficoltà sai a chi rivolgerti”.

Il nero figlio, adottato da poco, ringrazia Francesco per la visita fatta a Lampedusa, gli esprime gratitudine per l’impegno profuso verso milioni di persone. Poi, gli confessa di essere musulmano. Francesco non si scompone. Riconosce che tutte le religioni sono accomunate da identici valori e si battono contro la diseguaglianza, l’indifferenza, l’egoismo, il consumismo, la devastazione degli ecosistemi. Le differenze e le specificità tra i vari credi, in fondo, sono minimali, e lui personalmente intende costruire ponti di intesa e collaborazione.

Prima di salutarsi, il Papa esorta Kadèr a mantenere un saldo legame con le proprie radici culturali, ad amare la Costa d’Avorio, a potenziare la propria identità, arricchendosi con i doni che vengono dagli altri, abbattendo barriere e stringendo legami.

Rivolgendosi poi a Daniela, la ringrazia per il coraggio e l’energia profusa, impegnandosi senza risparmio a Riace. Trasmette un saluto per Mimmo Lucano, gli esprime l’auspicio e la raccomandazione di continuare a battersi con coraggio a favore degli ultimi. Lei, di rimando, gli confida che incommensurabili sono i doni piovutile nella sua vita personale e familiare per la scelta operata e ribadisce la sua sconfinata fiducia e stima per l’ex sindaco di Riace.

Scambio dei doni. Il papa dona tre cofanetti contenenti coroncine e crocifisso: una per Daniela, una per Mimmo Lucano ed una per Kadèr, che consegna al Papa un albero di legno, simbolico manufatto realizzato dai profughi della comunità di Camini, branche, rametti e ramettini che si dipartono da un unico tronco e guardano inebriati verso il cielo.

FontePhoto credits: Domenico Dalba
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Domenico Dalba
Percorso scolastico. Scuola media. Liceo classico. Laurea in storia e filosofia. I primi anni furono difficili perché la mia lingua madre era il dialetto. Poi, pian piano imparai ad avere dimestichezza con l’italiano. Che ho insegnato per quarant’anni. Con passione. Facendo comprendere ai mieli alunni l’importanza del conoscere bene la propria lingua. “Per capire e difendersi”, come diceva don Milani. Attività sociali. Frequenza sociale attiva nella parrocchia. Servizio civile in una bibliotechina di quartiere, in un ospedale psichiatrico, in Germania ed in Africa, nel Burundi, per costruire una scuola. Professione. Ora in pensione, per anni docente di lettere in una scuola media. Tra le mille iniziative mi vengono in mente: Le attività teatrali. L’insegnamento della dizione. La realizzazione di giardini nell’ambito della scuola. Murales tendine dipinte e piante ornamentali in classe. L’applicazione di targhette esplicative a tutti gli alberi dei giardini pubblici della stazione di Barletta. Escursioni nel territorio, un giorno alla settimana. Produzione di compostaggio, con rifiuti organici portati dagli alunni. Uso massivo delle mappe concettuali. Valutazione dei docenti della classe da parte di alunni e genitori. Denuncia alla procura della repubblica per due presidi, inclini ad una gestione privatistica della scuola. Passioni: fotografia, pesca subacquea, nuotate chilometriche, trekking, zappettare, cogliere fichi e distribuirli agli amici, tinteggiare, armeggiare con la cazzuola, giocherellare con i cavi elettrici, coltivare le amicizie, dilettarmi con la penna, partecipare alle iniziative del Movimento 5 stelle. Coniugato. Mia moglie, Angela, mi attribuisce mille difetti. Forse ha ragione. Aspiro ad una vita sinceramente più etica.

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