Tra le poche opportunità di avvicinamento al mondo del lavoro concesse dall’università italiana, al di là di fantomatici stage e tirocini non retribuiti, c’è la possibilità di collaborare (con compenso!) per 150 ore in uno dei tanti settori in cui si articolano gli atenei: dalle biblioteche alle segreterie, passando per i più disparati uffici.

Nello specifico, a chi scrive è capitato un posto presso la segreteria della facoltà di medicina: ma io avevo richiesto un posto in biblioteca… rimuginavo, leggendo la mail di conferma dell’assegnazione. Ma insomma, mi importava soprattutto che mi pagassero, in fondo. Quando poi mi hanno chiamato per sapere se fossi disponibile a iniziare a settembre, ho risposto ingenuamente di sì, certo. L’operatrice ha replicato con un allusivo “allora buona fortuna!” e chiuso la chiamata con una risata diabolica.

E l’inizio del mio part time è stato qualcosa di simile a un inferno. Presentatomi in ufficio e spiegato chi fossi, mi è stato assegnato l’atroce incarico di ordinare numericamente i circa 4000 test d’ingresso degli aspiranti studenti delle professioni sanitarie, mescolati in venti scatoloni diversi. Sei ore più tardi, a fronte di un contatto umano prossimo allo zero con i segretari, vedevo Kafka e i suoi personaggi passarmi accanto e salutarmi come un vecchio amico. Ho deciso di smettere prima che fosse troppo tardi per la mia salute mentale e continuare il giorno seguente.

Per mettere in ordine i test mi ci sono voluti quattro alienanti giorni, cosa che ha provocato stupore tra gli altri impiegati (“negli anni scorsi ci mettevano molto di più, bravo!”) e il mio ingresso nel clan.

Ho guadagnato, con la mia full immersion nei test, il loro rispetto, e con esso la possibilità di nuovi incarichi. Cioè altra roba da mettere in ordine.

Una botta di vita, insomma.

Fatto sta che dalla mia piccola postazione decentrata, mentre separavo articoli di cancelleria, ordinavo alfabeticamente pratiche di iscrizione e facevo fotocopie, ho avuto modo di osservare un mondo che fino ad allora avevo conosciuto solo da fruitore esterno: per me, studente, la segreteria era un luogo caratterizzato da file chilometriche, poco tempo a disposizione e acidità immotivata da parte di chi ci lavorava.

Le dinamiche interne, bellamente ignorate, sono invece decisamente interessanti.

A dispetto di quelle due-tre ore (nel migliore dei casi) dedicate alle anime studentesche in pena, che fanno pensare a una totale inoperosità, dietro le quinte si lavora, e anche tanto. Certo, l’essere dipendenti pubblici dà una certa rilassatezza agli stessi, i quali non concepiscono ritmi diversi dai loro standard: quando mi hanno chiesto come facessi a non stancarmi muovendomi rapidamente per tutto l’ufficio tra faldoni e documenti da prendere e rimettere a posto, alla mia risposta “ho lavorato come cameriere, questa è una passeggiata, al confronto”, la reazione pressoché unanime è stata: “ma quello non è lavorare, è buttare il sangue! Mai sia!”

Insomma, si concedono senza dubbi più “pause caffè” di quelli che lavorano nel privato, ma se pensavate, come ho spesso malignamente fatto anch’io, che i telefoni della segreteria della vostra facoltà risultassero sempre occupati perché lasciati volutamente fuori posto, siete fuori strada: i sei apparecchi dell’ufficio squillavano di continuo, tra una chiamata e l’altra non passavano più di trenta secondi, come nei “migliori” call center del mondo. E ogni giorno arrivavano dalle 40 alle 100 e-mail. La cosa peggiore però è stata constatare il livello delle domande poste da chi chiamava o mandava messaggi: se è vero che spesso l’università, e in generale tutto il settore amministrativo, risulta essere poco user friendly, è vero anche che la maggior parte della gente tende a non saper leggere o a non leggere affatto le indicazioni date nei bandi e sui siti internet; gli impiegati avevano quindi il loro bel daffare a ripetere sempre le stesse date, cifre, luoghi, in loop, aggiungendo disperati “è scritto nel bando, lo ha letto?”. Incredibile notare come la maggior parte delle conversazioni con la segreteria fosse tenuta non dagli studenti interessati, ma dai genitori, spesso del tutto estranei all’ambiente universitario, costringendo i funzionari a spiegazioni più lente e talvolta inutili, perché i genitori in questione alla fine capitolavano, cedendo la chiamata ai figli, ai quali andava rispiegato tutto: se si pensa che queste giovani leve auspicano a divenire medici ma non sanno (o non vogliono) tenere una conversazione “seria” al telefono, c’è da preoccuparsi un filino.

Questo, comunque, per quanto riguarda le questioni normali. Le cose assolutamente surreali erano tante e davvero all’ordine del giorno: dalla signora che voleva informazioni sul bando per il concorso di medicina del 2016, alla ragazza che telefonava sempre due volte, chiedendo la stessa informazione a due operatori diversi per essere sicura che il primo non le avesse mentito, passando per una laureata che utilizzava per comunicare con la facoltà il nickname e-mail “cuoricinaTantoLove” ( retaggio dei bei vecchi tempi di msn?), per finire in bellezza alla studentessa che chiedeva:

“Egregio dott. xxxx, sono una studentessa di medicina al terzo anno. Sto pensando di mettere in pausa gli studi. Sa dirmi a chi posso rivolgermi per aprire un chiosco di bibite e panini, e poi eventualmente riprendere?”

Prese singolarmente, cose come questa non possono che far sorridere, ma posso assicurare che sul lungo periodo lasciano sgomenti i poveri impiegati, che perdono ogni fiducia nel genere umano e, sotto stress per il lavoro su più fronti (sportello, telefono, e-mail, archivio), diventano automaticamente insofferenti nei confronti di chiunque risponda all’appellativo di studente.

Magari, imparando a muoversi con maggiore autonomia e prestando maggiore attenzione alle situazioni altrui, l’atavico scontro tra studente e segreteria ( e allargando la visuale, tra italiani e pubblica amministrazione) potrà un giorno finire. Nell’attesa, però, buona fortuna. E senza risata malefica.

Francesco Porro


[Foto copertina: dal web]

 

 

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