Adriana Stazio è di origini napoletane, blogger, mente eclettica, negli anni spazia dalle scienze alla musica, dalla storia e la letteratura al diritto. Dal 2009 ha iniziato a interessarsi delle indagini scaturite dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino sulla trattativa Stato-mafia, argomento che l’ha presa sempre di più in termini di tempo e di energie, fino ad arrivare a costituire un valido supporto per la difesa di Massimo Ciancimino con cui collabora a titolo – ci tiene a specificare – assolutamente gratuito evolontario, per passione, volendo contribuire alla verità, nonché per il rapporto di grande stima e amicizia che è nato con lo stesso Ciancimino, imputato e teste chiave nel processo sulla trattativa Stato-mafia.

Una maglietta con una frase stampata: “Meglio un giorno da Massimo Ciancimino che cento anni da Nicola Mancino”. In quale occasione ha incontrato Massimo Ciancimino?

L’ho conosciuto tramite Facebook nel 2011. Mi ero appassionata all’inchiesta sulla trattativa da un paio d’anni, da quando erano uscite le prime notizie sui giornali avevo letto i suoi interrogatori e seguito tutte le sue vicende. Poi il giorno stesso in cui ebbe gli arresti domiciliari, dopo l’arresto per calunnia (per quel documento con il nome di De Gennaro che gli fu rifilato come polpetta avvelenata), girando nei gruppi Facebook per caso trovai un suo vecchio post. Gli scrissi un messaggio privato di sostegno, sapevo che non mi poteva rispondere. Alla fine è stato liberato e abbiamo potuto cominciare a dialogare. Infine sono scesa a Palermo per il processo Mori e ci siamo conosciuti di persona. Ne è nata un’amicizia bellissima, basata sulla condivisione di tanti ideali e di una battaglia comune. Oggi per me Massimo è un vero fratello a cui voglio un bene dell’anima. Nel mio studio e nelle mie analisi riesco però a vagliare tutto in modo oggettivo, senza farmi trascinare dai sentimenti, che anzi sono sorti proprio dopo l’attento studio dei fatti e delle carte. In più la conoscenza personale molto stretta con Massimo mi ha consentito di conoscerlo davvero cogliendo il suo reale e bellissimo legame con suo figlio, il suo bambino meraviglioso che è stato il motore di tutto. Massimo mi ha colpito per la sua umanità: non è un santo né un eroe, ma un uomo che, con la sua storia difficile, ha compiuto una scelta di coraggio unica.

Massimo Ciancimino figlio di Vito Ciancimino, potente politico corleonese, che ha deciso di operare un taglio netto con il suo passato diventando uno dei principali testimoni nel processo sulla c.d. Trattativa Stato – Mafia. Quanto il nostro Paese è pronto a porre in essere azioni conseguenti alle sue dichiarazioni?

Purtroppo con grande amarezza e tristezza devo dire che questo Paese non si è per nulla dimostrato all’altezza di accogliere la preziosità delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino. Molti non hanno compreso la portata unica delle sue rivelazioni; la prima persona a collaborare con la magistratura che proviene da un ambiente ben più elevato rispetto a quello della mafia militare, quello degli ambienti istituzionali, dai quali mai è uscito un pentito. Ciancimino ha toccato livelli di potere altissimi dandoci informazioni raccolte dall’interno di quel sistema. E inoltre ha toccato interessi mai toccati prima, anche in Sicilia. Se davvero si fosse andati fino in fondo sulla scorta di quello che poteva emergere dai suoi racconti e dai documenti di suo padre, la verità forse oggi sarebbe un dato di fatto. Ma tutto questo non è stato compreso, mentre è stato ben compreso da quei gruppi di potere e apparati istituzionali che si sono saldati contro di lui per annientarlo e ridurlo o indurlo al silenzio. Lo Stato sano, invece, e la società civile, travolti da quella micidiale campagna di delegittimazione senza precedenti che ha travolto Ciancimino, non hanno saputo essere all’altezza e lo hanno lasciato solo. Nonostante ciò, grazie a lui c’è un processo storico, quello sulla trattativa Stato-mafia, che vede sul banco degli imputati per la prima volta uomini delle istituzioni accanto a capimafia. Un processo, insieme alle indagini bis in cui Ciancimino è ancora testimone, molto osteggiato e temuto. Lo vediamo dal livello di minacce, delegittimazione e isolamento scatenati contro i protagonisti, da un lato Nino Di Matteo e i magistrati del pool, dall’altro i testimoni, in primis Massimo Ciancimino, ma anche altri testimoni come il maresciallo Saverio Masi.

Il 19 Luglio di ogni anno lascia, molto spesso, l’amaro in bocca. Qualche tempo fa, in via D’Amelio, Salvatore Borsellino abbracciò pubblicamente Massimo Ciancimino: un gesto che generò molte polemiche. Perché, secondo lei, Ciancimino spaventa non solo pezzi delle istituzioni?

Sì, accadde l’anno scorso. Per me è stato il più bel 19 luglio vissuto finora. Per la prima volta Massimo Ciancimino, in quel giorno, era nel posto dove era giusto che fosse. Questo perché so bene quanto lui ci creda e come sia legato dentro di sé a Paolo Borsellino. Massimo ha tatuate due date sulle braccia: quella della nascita di suo figlio, 24 novembre 2004 e, quella della strage di via D’Amelio, 19 luglio 1992. Le polemiche seguite sono state un capitolo molto triste, davvero ho difficoltà a rispondere alla sua domanda. C’è sicuramente molta ignoranza, pochi conoscono il peso delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino e c’è molto pregiudizio, abilmente costruito e orientato dai media che finisce per coinvolgere anche tante persone che pure vogliono la verità. In questi giorni leggiamo dello scandalo che ha travolto la sezione delle Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo, intercettazioni a dir poco vergognose vengono fuori. Ecco, fino a qualche mese fa il giudice Saguto e lo stesso Cappellano Seminara, i due fulcri del sistema corruttivo e di potere emerso dalle indagini, erano intoccabili anche perché acclamati da certa antimafia, che poi attacca Massimo Ciancimino, perché “figlio di mafioso” e perché “parla per salvare il tesoro” secondo il mantra di moda. Ecco, sono felice di non avere nulla a che fare con questa antimafia. Un’antimafia che mentre isola Massimo Ciancimino, rendendo più difficile il cammino della verità, ha dato spazio per superficialità e conformismo colpevoli (in qualche modo non meno gravi della collusione consapevole) a soggetti come la Saguto, chiudendo gli occhi su un sistema che invece era sotto gli occhi di tutti, bastava volerlo vedere, a Palermo si sapeva. Massimo Ciancimino lo aveva denunciato da cinque anni, da solo, è stato schiacciato con un’assurda misura di prevenzione personale provvisoria che dura da ben tre anni in modo del tutto illegale, applicatagli dalla Saguto tre giorni prima dell’inizio dell’udienza preliminare del processo sulla trattativa. Purtroppo le persone riflettono poco sul fatto che un conto è lottare per la verità e contro la mafia con manifestazioni o scrivendo post sui social network, tutt’altra cosa è lottare mettendoci la faccia e il culo (scusate l’espressione) come sta facendo Massimo Ciancimino, mettendo in gioco la serenità familiare e la vita stessa vita. Vogliamo parlare delle gravi e terribili minacce contro il figlio? Tutto questo senza averne vantaggi, dunque solo perché ci crede. Ma devo dire che, al di là delle polemiche vergognose, oltre all’abbraccio di Salvatore Borsellino, che poi lo accolse anche dietro al palco, l’accoglienza è stata calorosa da parte di tanti attivisti, che lo hanno parimenti abbracciato, salutato e perfino applaudito.

Vito Ciancimino è morto, dicono per cause naturali, nel lontano 2002. Secondo Lei il suo fantasma aleggia ancora nei lussuosi palazzi del potere o nelle “caste” sacrestie?

La versione ufficiale è che sia morto per cause naturali, ma certamente, dai racconti dei figli appare chiaro come troppe stranezze abbiano accompagnato quel decesso, avvenuto in un momento in cui un Vito Ciancimino, stanco e deluso da un sistema che lo aveva usato e poi posato, all’indomani della sentenza di condanna contro Giulio Andreotti per l’omicidio Pecorelli, poteva decidere che erano finalmente maturati i tempi per poter parlare. Ritengo che certamente il suo fantasma aleggi ancora ed è tornato con le dichiarazioni del figlio Massimo che ha svelato quello che il padre, ritengo, alla fine mai avrebbe svelato. Un po’ la vendetta postuma di don Vito, ma in realtà qualcosa di diverso, perché le verità di Vito Ciancimino sono state sempre mezze verità, invece Massimo Ciancimino ha saputo condannare l’operato di suo padre e quindi le sue sono state verità a 360 gradi.

Per quale motivo continua, nonostante tutto, a credere nella sua battaglia?

Non lo so, non sempre è facile continuare a crederci. Ci credo perché è la cosa giusta. E poi perché ci sono persone come Nino Di Matteo e Massimo Ciancimino che ci stanno mettendo l’anima e i nervi in questa battaglia. Io ho scelto in particolare di stare al fianco di Massimo Ciancimino, è una battaglia difficile, razionalmente quasi impossibile, lo so, ma la vinceremo o la perderemo insieme. E io, nonostante tutto, credo che la vinceremo perché la Storia scriverà le sue pagine al di là dell’esito dei processi o del giudizio dei contemporanei. Il mondo alla fine grazie a questi uomini che oggi stanno lottando quasi in solitudine sarà un posto migliore. Tra questi uomini c’è sicuramente Massimo Ciancimino.

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Giuseppe Leonetti
Una famiglia dalle sane radici, una laurea in Giurisprudenza all’Università di Bologna, con una tesi su “Il fenomeno mafioso in Puglia”, l’esperienza di tutti i giorni che ti porta a misurarti con piccole e grandi criticità ... e allora ti vien quasi spontaneo prendere una penna (anzi: una tastiera) e buttare giù i tuoi pensieri. In realtà, non è solo questo: è bisogno di cultura. Perché la cultura abbatte gli stereotipi, stimola la curiosità, permettere di interagire con persone diverse: dal clochard al professionista, dallo studente all’anziano saggio. Vivendo nel capoluogo emiliano ho inevitabilmente mutato il mio modo di osservare il contesto sociale nel quale vivo; si potrebbe dire che ho “aperto gli occhi”. L’occhio è fondamentale: osserva, dà la stura alla riflessione e questa laddove all’azione. “Occhio!!!” è semplicemente il titolo della rubrica che mi appresto a curare, affidandomi al benevolo, spero, giudizio dei lettori. Cercherò di raccontare le sensazioni che provo ogni qualvolta incontro, nella mia città, occhi felici o delusi, occhi pieni di speranza o meno, occhi che donano o ricevono aiuto; occhi di chi applica quotidianamente le regole e di chi si limita semplicemente a parlare delle stesse; occhi di chi si sporca le mani e di chi invece osserva da una comoda poltrona. Un Occhio libero che osserva senza filtri e pregiudizi…

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