dante

Scrivere della “Divina Commedia”: un’impresa che spaventa e affascina, date la vastità e la complessità delle cose da dire. Un’idea: partire dal suo nome, Dante, e affidare ad ogni lettera che lo compone un parola chiave, capace di aprire nuovi sentieri sulla comprensione del «poema sacro / al qual ha posto mano e cielo e terra».

Non ce ne vorrà il sommo poeta, considerato che lui stesso amava giocare con le parole, a tal punto da crearne di nuove e nascondere dietro di esse significati che, una volta decifrati e compresi, dovevano arricchire la comprensione del lettore. Dunque, “Dante” potrebbe stare per:

Desiderio

Amore

Nostalgia

Terra

Empireo

“D” come disio, ovvero desiderio. Nella Commedia, la prima volta che appare questo termine, in questo caso in realtà usato come verbo, è sulle labbra di Beatrice, nel seconda canto dell’Inferno:

«I’ son Beatrice che ti faccio andare,

vegno del loco dove tornar disio;

amor mi mosse, che mi fa parlare».

Beatrice si presenta subito come donna che viene dal Paradiso e che lì vuol tornare. Perché questo desiderio di ritorno? Perché per l’uomo ancora sulla terra la vita è un cammino («Nel mezzo del cammin di nostra vita» è il primo verso della Commedia) la cui meta è il cielo, ovvero la felicità senza fine. In questo vero e proprio pellegrinaggio, ciò che consente all’uomo di vivere ogni giorno in pienezza è proprio il desiderio. Esso è una forza che abita e cresce nell’interiorità e, nello stesso tempo, motiva l’azione dell’uomo che vuole soddisfare un bisogno, raggiungere un obbiettivo o colmare una mancanza. Fermiamoci un attimo a riflettere: è mai passato un giorno della nostra vita senza l’esercizio, seppur inconsapevole, del desiderio? Se la risposta è sì, allora dobbiamo tristemente riconoscere che abbiamo speso invano un giorno della nostra esistenza, perché non desiderare è non vivere, e non vivere è lasciarsi andare alla depressione e al non-senso che spesso attanagliano l’uomo.

Già nel Convivio Dante si era soffermato a riflettere sul desiderio: «…lo sommo desiderio di ciascuna cosa è lo ritornare a lo suo principio. E però che Dio è principio de le nostre anime e fattore di quelle simili a sé, essa anima massimamente desidera di tornar a quello. E sì come peregrino che va per una via per la quale mai non fue, che ogni casa che da lungi vede crede che sia l’albergo e non trovando ciò essere, drizza la credenza a l’altra, e cosi di casa in casa, tanto che a l’albergo viene; così l’anima nostra drizza li occhi al termine del suo sommo bene, e però, qualunque cosa vede che paia in sé avere alcuno bene, crede sia esso. E perché la sua conoscenza prima è imperfetta, piccioli beni li paiono grandi, e però da quelli comincia a desiderare. Onde vedemo li parvuli desiderare massimamente un pomo; e poi, più procedendo, desiderare un augellino; e poi, più oltre, desiderare bel vestimento, e poi lo cavallo, e poi una donna; e poi ricchezza non grande, e poi grande, e poi più. E questo incontra perché in nulla di queste cose trova quella che va cercando, e credela trovare più oltre».

In questo passo del trattato troviamo abbozzato il progetto della Commedia. Il desiderio più grande che l’uomo possa provare è quello di tornare a Dio, «principio» e «attore» delle anime; ed è quello che Dante pellegrino sperimenta al termine del viaggio, quando ormai giunto in Paradiso, il suo desiderio si muove all’unisono con il moto degli astri provocato dall’Amore divino:

«ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,

sì come rota ch’igualmente è mossa,

l’amor che move il sole e l’altre stelle» (Par. XXXIII, 143-5).

Ma prima di godere della visione di Dio, Dante (e con lui il lettore disposto a seguirlo) deve liberarsi dai desideri più piccoli, in vista del bene supremo. Questo cammino di ri-orientamento dei propri valori e bisogni, altro non è che l’esperienza del Purgatorio: è in questo secondo regno che «l’umano spirito si purga / e di salire al ciel diventa degno» (Purg. I, vv. 5-6). Il «pomo», l’«augellino», il «bel vestimento», la «donna», il «cavallo», la «ricchezza non grande» e poi quella «grande» di cui leggiamo nel Convivio, sono immagini del continuo desiderare dell’uomo; un desiderare che preferisce soffocare il bene grande che è Dio, con tanti beni piccoli, confondendoli per necessari. Non sono solo parole vuote e lontane da noi: quante volte desideriamo con tutte le nostre forze quel determinato oggetto, quel viaggio lontano, o quell’unica persona, convinti di poter poi vivere felici e contenti? Salvo rendersi conto solo dopo dell’abbaglio…

Suprema sintesi di questa esperienza, cristallizzata già nella pagina del Convivio, è la terzina di Purg. XVII:

«altro ben è che non fa l’uom felice;

non è felicità, non è la buona

essenza, d’ogne ben frutto e radice» (vv. 133-5).

Vi sono beni che non rendono l’uomo felice perché, essendo imperfetti, non costituiscono la felicità. Ed ecco la parola chiave legata al desiderio. Cosa è per Dante la felicità?

Ne parleremo in una prossima occasione.

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Michele Carretta
Mi chiamo Michele Carretta, sono nato il dieci Aprile del 1986 e vivo ad Andria. Figlio unico, credo nei valori alti della famiglia, dell’amicizia, l’amore e in tutto ciò che umanizza la vita e la rende più bella. Mi piace leggere, andare al cinema, suonare e ascoltare musica. Attualmente sono laureando in Letterature comparate, con una tesi sulla Divina Commedia e il Canzoniere di Petrarca, e direttore dell’ufficio Musica Sacra della Diocesi di Andria.