Ho scritto un libro.
Oddio, non è che proprio l’ho scritto io, cioè, in realtà l’ho scritto io nel senso che l’ho digitato sul computer io con le mie stesse mani, le stesse mani che hanno digitato questo articolo ma, come dire, l’ho copiato.
Ebbene sì, l’ho copiato.
L’avevo letto in biblioteca, m’era piaciuto e la prima cosa che ho pensato è stata: “Cacchio, quanto avrei voluto scriverlo io questo libro”.
L’idea alla base era molto semplice: lui ama lei ma lei ama un altro, ma come ho fatto a non pensarci io per primo?
E allora ho pensato anche che l’avrei scritto sul serio.
Ho preso il libro e l’ho ricopiato su una cartella di word parola per parola, lettera per lettera. Poi ho trasformato questo file di word in un file pdf e l’ho tenuto sul mio e-reader in bella mostra.
Me ne andavo in giro col mio bel libro e lo leggevo ovunque: sul treno, al bar, all’università, dal dentista, alla posta. Ovunque andassi, lui era lì.
Capitava spesso che qualcuno mi vedesse leggere con avidità il mio romanzo elettronico e in molti mi chiedevano che cosa stessi leggendo e allora io dicevo fiero: “È un romanzo che ho scritto io”.
È chiaro che questa risposta incuriosiva ancor di più i miei interlocutori, che volevano leggere almeno un pezzetto del mio romanzo e quasi sempre facevano complimenti, non so quanto sinceri, e mi dicevano che era davvero ben scritto, che avrei dovuto assolutamente pubblicarlo, che gli sarebbe piaciuto leggerlo tutto e così via.
Ho cominciato allora a fotocopiarlo e a regalarlo in giro alle persone a cui tenevo di più, la cerchia si è allargata a macchia d’olio in brevissimo tempo finché un giorno il mio libro fotocopiato è stato regalato alla signora Renzulli, grande appassionata di letteratura nonché filantropa e zia del mio barbiere di fiducia.
Fortuna volle che la signora Renzulli aveva già letto il libro che aveva ispirato il mio libro e se lo ricordava pure bene. Mi mandò a chiamare e mi svelò subito che aveva capito il mio inganno.
Io le risposi candidamente che non avevo mai voluto prendere in giro nessuno, che il libro era mio in quanto materialmente l’avevo scritto io, copiandolo, certo, ma sempre scrivendolo io, e in quanto tale il libro era mio. Le dissi che non avevo avuto certo nessuna intenzione di guadagnarci denaro da quel libro, al massimo l’unica mia aspirazione era fare colpo su qualche ragazza e ammisi che c’ero riuscito abbastanza bene.
Sorrise la signora Renzulli a queste mie spiegazioni, non che le cose che le avevo detto la convincessero molto, ma dovette ammettere che ero un tipo piuttosto pittoresco, mi lasciò finire il thè che mi aveva offerto e mi permise di congedarmi da casa sua promettendole che un giorno o l’altro le avrei portato qualcosa di davvero mio.
Da quel giorno smisi di andare in giro con il mio libro e quando qualcuno me lo chiedeva dicevo che il mio libro non era poi così mio, che io l’avevo solo ricopiato e che non capivo chi avesse potuto mettere in giro tale voce. Tutti di colpo, una volta saputa la verità, perdevano all’improvviso interesse per il mio romanzo non mio, quasi nessuno lo finì poi di leggere, eppure mi erano tutti sembrati così entusiasti…
Dalla signora Renzulli non ci sono mai più tornato: non prendiamoci in giro, io non sapevo scrivere e lei era una donna molto esigente.
A poco a poco, anche tutte le donne che avevo conquistato con il mio romanzo non mio mi abbandonarono e non le rividi mai più, nemmeno per caso, ma non rinnego nulla di quegli anni, è stato un periodo molto divertente e felice della mia vita.

Ecco, la storia appena narrata è chiaramente frutto della fantasia dell’autore (almeno per il momento) eppure nella sua paradossalità è una storia che si ripete quasi ogni giorno nei migliori locali della nostra città, con protagonisti e mezzi ben differenti s’intende.
Le chiamano Cover Band: fior fior di musicisti e cantanti ridotti o quasi costretti a cantare e suonare canzoni che qualcun altro prima di loro ha scritto, cantato e suonato. Ore e ore di sala prove per il solo gusto di suonare e cantare.
Suonare musica di altri va bene, ma solo se si vuole imparare a suonare, dopo uno deve continuare con le sua gambe, col rischio di fare brutte figure e solo a fine carriera può arrendersi all’evidenza e ammettere di non essere poi un genio della musica.
Fare musica originale è faticoso e rischioso e il gioco molto raramente vale la candela, perché i locali pagano poco e puntano sul sicuro, la gente è pigra e ai concerti vuole cantare canzoni rassicuranti che conosce a memoria da una vita.
Del resto è facile lasciarsi convincere dall’adagio che tutte le cose migliori siano già state fatte.
Eppure non c’è niente di più triste del chiudersi davanti alle novità. Lasciamoci sorprendere dalle cose che non conosciamo, la curiosità è ciò che più di tutto ci ha fatto diventare quello che siamo.
Se anche rimarremo fermi il mondo andrà avanti lo stesso, che lo vogliamo o no, tanto vale andare avanti con lui.

PS. Qui non si sta dicendo che nuovo è per forza meglio, ma tuttavia che val la pena rischiare, provare e poi decidere.

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Vino Caro
Sono nato il primo lunedì di primavera del lontano 1986. Ho cominciato ad appassionarmi alla letteratura durante le lunghissime attese dal dentista. Un po’ per noia un po’ per amore ho cominciato a scrivere poesie sui banchi di scuola di un istituto tecnico e non ho poi più smesso: “Perché la mia non è una vita speciale e molto spesso me la devo inventare” (D.B.).

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