Questa estate, ad agosto, sono stato 2 settimane in Iran. Man mano che rivedevo i miei amici e si parlava delle vacanze, è successo che più d’uno mi chiedesse cosa pensassi allora di “Taxi Teheran”, film appena uscito, io che ho visto l’Iran di persona (alcuni miei amici sono abbastanza intellettuali). Considerato che dire cosa penso di “Taxi Teheran” è praticamente dire cosa penso dell’Iran – faccenda abbastanza complessa – ho pensato di mettere tutto nero su bianco, così al prossimo che me lo chiede gli mando il link dell’articolo.

Il film non è brutto e non è un capolavoro, vale la pena di essere guardato e da 1 a 10 gli do 6,5/7. È girato tutto in un taxi, il regista per la circostanza fa il tassista, e sulle altre poltrone dell’auto, per tutta la durata della pellicola, si alternano i personaggi più disparati della Teheran di oggi. La scelta di girarlo tutto da dentro un taxi non è stata esclusivamente estetica. Al regista Jafar Panahi, allievo di Kiarostami, 13 film all’attivo, 2 Orsi d’oro vinti, è stato proibito di fare film per vent’anni. Gliel’ha vietato il Governo dopo averlo arrestato nel 2010 e condannato per reati d’opinione. “Taxi Teheran”, film di riscatto e di sfida, oltre che lettera d’amore per il cinema, è stato dunque girato sostanzialmente in clandestinità.

La cosa che quasi da subito colpisce è la voluta incertezza fra realtà e finzione. La prima domanda che viene è se quelli che si alternano nell’abitacolo siano attori, o davvero gente della strada. Un nano ripete più volte “lei pensa che non sappia che è un film?” Salgono non pochi personaggi surreali e impenetrabili, come del resto è l’Iran, il paese delle “Mille e una notte”. Succedono delle cose in Iran che uno rimane a bocca aperta. Io, ad esempio, ho raccolto 5 storie che mi sono sembrate incredibili.

[(1) Nel 1990 a Manjil, nel Gilan, ci fu un terremoto dove oltre che per i crolli la gente morì poiché morsa da un gran numero di serpenti, spinti ad uscire dalle scosse sismiche. (2) L’uomo a cui sarebbe stata destinata la FIAT, Edoardo Agnelli, negli anni ’80 si convertì all’Islam sciita. Si dice che nel 2000 si sia suicidato, ma gli iraniani pensano che sia stato ucciso e lo considerano un martire. Per questo motivo ci sono strade a lui dedicate, molti conoscono la Juve, la Fiat, Torino. (3) Durante la guerra con l’Iraq ragazzini di 13 anni sacrificarono le loro vite affrontando per primi i campi minati, così da permettere il passaggio in sicurezza dell’esercito. (4) Le pietre del ponte di Esfahan sono tenute insieme dall’albume delle uova. (5) Ad Ardakan, nella città vecchia, ci sono due stradine completamente buie, dove venivano messe a forza due persone che avevano litigato, poi costrette a restarci finché non facevano pace].

Tornando al film, colpisce anche la gentilezza dei personaggi. Certo colpisce me, occidentale, per gli iraniani è perfettamente la regola essere gentili e ospitali fino all’imbarazzo. È normalissimo che il tuo vicino di poltrona in autobus inizi la conversazione chiedendoti contatti Instagram e Facebook; è normalissimo in metro ritrovarsi con mezza carrozza che ti guarda e prova a dirti “welcome in Iran”; è normalissimo che la gente ti fermi per farsi le foto con te; è normalissimo che la gente ti ospiti a casa propria per la notte. Io stesso (e gli altri 3 che viaggiavano con me) ho passato le prime 6 notti ospite di amici di amici di amici, trasportato da città in città su macchine private senza poter contribuire alle spese, coinvolto in discussioni interminabili per riuscire almeno ad offrire la cena.

Andando avanti con il film si giunge a quello che a mio avviso è uno degli snodi chiave. Sale nel taxi una bambina (nipotina del regista) con il compito di girare un cortometraggio. Lei chiede consiglio a suo zio e per instradarlo legge le regole per la “distribuibilità” del film, dettate dalla maestra. Sono norme in cui si dice che i personaggi positivi devono avere connotati islamici, dal nome ai vestiti, gli altri connotati iraniani. Questa contrapposizione non è secondaria perché l’Iran non è solo Islam. È un sacco di cose, ma soprattutto è Persia. Prima che arrivasse l’Islam gli iraniani avevano alle spalle 1.400 anni di storia. Questa differenza, secondo me, è palpabile anche oggi. Molti iraniani vedono l’attuale Governo e i valori di cui è portatore, come un imbarbarimento della loro cultura, una parentesi da chiudere. Ciò apre tutto il discorso sull’ordinamento statuale e su quanto la sua pervasiva islamicità stia bene al popolo.

Personalmente sono arrivato in quella terra con un’unica domanda fondamentale nella testa: l’Iran è un regime a cui piace atteggiarsi a democrazia o è una democrazia, certamente lontana dal nostro modo di intenderla, che si atteggia per pragmatismo a regime? Ovviamente, come succede sempre con le domande fondamentali, non ho trovato risposta. Se penso a cose come quella successa a Panahi, a ciò che hanno passato e stanno passando centinaia di giornalisti (si consiglia a questo proposito la visione di “We are Journalists” di Ahmad Farahani), il velo per le donne, l’alto tasso di esecuzioni, la repressione del movimento verde nel 2009, mi viene da dire che è un regime. Se penso poi che Turchia e Italia – democrazie – totalizzano in un anno e mezzo 268 casi di minacce e censure a giornalisti e intellettuali, penso a casi di repressione come Genova nel 2001 (Diaz, Bolzaneto), alla pena di morte nella democratica America, alla comunità cristiana ed ebraica che in Iran vivono tranquillamente, allora mi dico che la questione è più articolata.

La volta che sono andato più vicino alla risposta è stato verso fine viaggio, l’ultima sera a Shiraz. Abbiamo fatto un giro al bazar, dopo la prima svolta ci siamo persi e, chissà come, ci siamo ritrovati in un posto appartato e silenzioso, tipo un chiostro interno. Ci è venuto incontro Salvatore, il deus ex machina del viaggio. Era il proprietario del baretto posto al centro dello spiazzo, parlava un italiano ottimo e ci ha offerto un espresso vero, dopo giorni che l’avevamo solo sognato. Salvatore è il nome che gli avevano dato in Italia, in Sardegna, dove aveva vissuto 25 anni. Era comunista, aveva fatto la rivoluzione nel 1979, e poi era scappato quando questa aveva preso la piega teocratica. Così era arrivato nel nostro Paese dove è rimasto fin quando in anni recenti non ha divorziato dalla moglie, gli affari hanno preso ad andar male e ha deciso di tornare nel suo Paese.

A lui ho chiesto tutto. Quello che ho capito è che la rivoluzione, Islam o no, andava fatta, questo regime è comunque meglio di quello dello shah. Khomeyni è stato un gigante, figura autorevole anche per i suoi avversari, cosa che non vale per Khamenei (attuale guida). L’Islam è stato fondamentale per tenere unito il popolo e motivarlo durante la guerra contro tutto il mondo che l’Iran ha combattuto negli anni ’80, vincendo. Oggi il carattere islamico del regime mostra segni di atrofia e sembra coinvolto in un processo di serpeggiante delegittimazione. Non è da escludere l’avvio di una fase di grandi aperture e riforme, ma è certo che è una cosa che avrà bisogno di anni e anni. A questo proposito, disse Salvatore citando forse inconsapevolmente il migliore Kapuściński, dai tempi più lontani i nostri shah sono tutti morti uccisi o in esilio. L’attuale regime dura da 36 anni, staremo a vedere.

Lo ringraziammo e ci rimettemmo in cammino. Mi voltai per salutarlo un’ultima volta e lui e il suo bar non c’erano più. No, non è vero, c’era ancora, ci urlò di salutargli l’Italia e di diventargli amico su Facebook.

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