Nella scuola d’italiano per stranieri in cui lavoro, quest’anno sono stati sottoposti agli studenti dei questionari per la rilevazione dei loro bisogni comunicativi. Stiamo parlando di una scuola con un’utenza fatta per lo più di studenti adulti, migranti, di ambo i sessi e delle più disparate nazionalità. Persone giunte in Italia, nei casi migliori, grazie al ricongiungimento famigliare, nei restanti casi, nei modi più fortunosi e rocamboleschi.

La cosa rilevante è che a fianco a domande d’interesse strettamente linguistico, i questionari ne prevedevano alcune di stampo più sociologico. Se allora prendiamo per buono quanto scritto da Leopardi nel suo Zibaldone, cioè che “le lingue sono sempre il termometro de’ costumi, delle opinioni, delle nazioni e de’ tempi, e seguono per natura l’andamento di questi”, quelle domande sulla lingua italiana diventano un’occasione. Diventano un modo per capire l’idea che gli stranieri che vorrebbero vivere in Italia hanno dei nostri “costumi” e della nostra “nazione”.

I questionari di cui parliamo sono stati compilati in larga parte da donne da poco giunte nel nostro Paese, provenienti da 22 diverse nazioni, tuttavia prevalentemente arabe. Visto il grado di difficoltà delle domande, sono riuscite a rispondere solo le discenti con un livello di scolarità medio-alto acquisito nel loro Paese d’origine, cosa che non corrisponde alle caratteristiche delle apprendenti “medie”, che di solito hanno bassi livelli di scolarità.

Per iniziare è stato chiesto agli studenti di indicare le prime parole che hanno appreso in italiano. Prevedibilmente queste sono quelle che permettono i primi contatti: ciao, grazie, come ti chiami, come stai, aiuto, pronto.

In seguito gli è stato chiesto di indicare parole che consideravano “gentili” e si è avuto: ciao, grazie, buona giornata, va bene, scusa, vorrei, prego, salve, mi dispiace.

Ancora, parole che indicano “cose buone”: famiglia, amore, marito, bambini, amica, casa, Italia, lavorare, pizza, pasta, pane.

Infine parole di rassicurazione e apprezzamento, fra cui hanno segnato: mi piace, bellissimo, buono, sono felice, magnifico, bravo, va benissimo.

Dall’altro lato, fra i termini con accezione negativa, sono state chieste loro le parole delle “cose brutte”, hanno risposto: ospedale, impegnativa, urlare, umidità, muffa, nebbia, paura, malattia, bugia, test. E ancora maiale, nazismo, niente.

Dopo si domandava delle parole che “offendono”, e le risposte appaiono molto eloquenti: schifo, maledizione, brutto, straniero, scimmia, furba, ladro, merda, stronzo, vacca.

In conclusione c’era forse il punto più interessante. Si chiedeva cosa fosse per loro l’italiano, con la formula “L’italiano per me è…”. Qui di seguito alcune delle risposte, le quali ritengo non abbiano bisogno di commento alcuno.

Infatti l’italiano, per i migranti, è una scatola, un grande palazzo, una casa, un albero, una musica, un arcobaleno, una canzone. L’italiano è come una montagna, come una poesia, come una passeggiata tranquilla, come l’oro, come una moneta, come una barca, come il pane, come un fiore. L’italiano è un teatro, il cielo, il freddo. L’italiano è la libertà. L’italiano è un quadro del mare.

“Che cos’è per te l’italiano?”. “Un quadro del mare”.

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Andrea Colasuonno
"Andrea Colasuonno nasce ad Andria il 17/06/1984. Nel 2010 si laurea in filosofia  all'Università Statale di Milano con una tesi su Albert Camus e il pensiero meridiano. Negli ultimi anni ha vissuto in Palestina per un progetto di servizio civile all'estero, e in Belgio dove ha insegnato grazie a un progetto dell'Unione Europea. Suoi articoli sono apparsi su Nena News, Lo Straniero, Politica & Società, Esseblog, Rivista di politica, Bocche Scucite, Ragion Pratica, Nuovo Meridionalismo.   Attualmente vive e lavora a Milano dove insegna italiano a stranieri presso diversi enti locali".

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