Nella sala stampa di un San Siro che andava pian piano svuotandosi, le maggiori emittenti televisive italiane si contendevano, a suon di zoomate e primi piani, le affaticate espressioni facciali di un poco più che quarantenne Bob Marley. Era il 1980. L’artista giamaicano sarebbe morto un anno più tardi e, ad memoriam, sarebbe stato insignito del prestigioso “Jamaican Order of Merit”, un riconoscimento che lo consacrò come simbolo indiscusso del suo Paese nel Mondo. In realtà, Bob Marley è stato il vero protagonista della sua vita. Fin dal suo primo respiro, ha scambiato con gli altri essere umani un sapere che travalicava il limite del consentito. Ha respirato libertà.

Il suo ‘’No woman, no cry’’ è stato molto più di un ritornello orecchiabile, è una preghiera per la sua terra, l’Africa, cantata con la leggerezza insita in ciascuno di noi, la consapevolezza della propria individualità scevra da contestuali sovrastrutture. In effetti, la convinzione che tutto fosse opinabile muoveva milioni di ragazzi ad identificarsi con un genere musicale totalmente neofita, il reggae. Marley creò, attraverso il reggae, non solo una diversa tipologia di assetto ritmico, ma sviluppò anche un vero e proprio culto che affondava le sue radici nel movimento religioso dei rasta, una fede nata nei primi del Novecento in onore dell’Imperatore etiope Ras Tafari.

Incalzato dai vari discografici, in quel sogno milanese di mezza estate, Bob Marley svelò la casuale successione di eventi che contribuirono alla maieutica scoperta del reggae. Si trattava di onde anomale, non quelle di una drammatica marea, ma le disturbate frequenze di radio fatiscenti che trasmettevano il soul americano, la musica nera che, come uno tsunami, aveva travolto tutto lo scenario rivoluzionario dell’epoca. Note ad intermittenza, questo diede origine ad un’armonia mai ascoltata prima, una melodia che ci ricongiunge con lo stato primordiale della nostra natura.

La questione razziale raccontata dal talento di chi aveva la possibilità di mostrarlo e mostrarsi attraverso un abbigliamento insolito, perfetto paradigma del completo stravolgimento di canoni che l’America occidentale aveva imposto. Azzerare le differenze, rimarcandole e ostentandole. Tricologicamente parlando, i rasta hanno segnato l’inizio di una sensibilizzazione contro il pregiudizio altrui. Certo, non intendiamo apprezzare le diciannove specie di pidocchi rinvenute tra i capelli di Bob Marley, ma di sicuro il reggae ha ibernato la purezza adolescenziale di giovani africani, prima, e saggi alchimisti, poi, quelli che con due molecole di idrogeno ed una di ossigeno hanno abbeverato le speranze del Continente Nero.

« Voglio muovere il cuore di ogni uomo nero perché tutti gli uomini neri sparsi nel mondo si rendano conto che il tempo è arrivato, ora, adesso, oggi, per liberare l’Africa e gli africani.
Uomini neri di tutto il mondo, unitevi come in un corpo solo e ribellatevi: l’Africa è nostra, è la vostra terra, la nostra patria …
Ribellatevi al mondo corrotto di Babilonia
, emancipate la vostra razza, riconquistate la vostra terra.’’ (Bob Marley)

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Miky Di Corato
Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.

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