L’Arte è un evento della Storia. È figlia del tempo in cui nasce e si connota nella sua veste comunicativa utilizzando nel corso dei secoli vari tipi di linguaggi che hanno determinato con il loro cambiamento sconvolgimenti nel modo tradizionale di esprimersi.

Che cos’era l’arte per gli antichi?

I Greci definivano “arte “(téchne) qualsiasi produzione esperta, eseguita cioè secondo principi e regole. Rispondeva a questa definizione il lavoro dell’architetto e dello scultore, ma anche quella del tessitore e del carpentiere.

Per praticare un’arte era necessaria, oltre alla capacità manuale, anche la conoscenza di regole. Essi distinguevano le arti in superiori e inferiori a seconda dello sforzo fisico richiesto, che era considerato degradante. Da questo modo di intendere l’arte derivarono parecchie divergenze nella valutazione dell’opera rispetto a quella dell’artista come afferma Plutarco nella biografia di Pericle che dice “spesso lodiamo l’opera, ma disprezziamo l’esecutore”.

Questo modo di considerare arte e artisti si protrasse lungo tutto il Medioevo in cui il termine ars implica la maestria tecnica nell’ottenere un manufatto in cui la bellezza è un valore fondamentale. L’artista è ancora artifex che usa la tecnica e le proprie mani per realizzare la sua opera che può essere annoverata solo fra le Arti Meccaniche contrapposte a quelle Liberali che interagiscono solo con l’intelletto. Bisognerà aspettare il Quattrocento con Leon Battista Alberti che distinguerà le Arti Maggiori: architettura, pittura e scultura dalle Arti Minori perché richiedono studio e ingegno oltre che perizia pratica ed è nelle grandi figure del Rinascimento che il genio dell’artista viene riconosciuto ed apprezzato come non imbrigliabile nelle richieste dei committenti e non valutabile in base ai materiali utilizzati per realizzare l’opera d’arte. Sarà l’indipendenza intellettuale di Michelangelo e la genialità oscura di Leonardo che porteranno a quella che lo storico Andrè Chastel ha definito la “deificazione sociale dell’artista”.

L’arte è dunque libera volontà del genio” scriverà Adolf Loos e tale libera volontà consente all’artista di trovare ciò che l’uomo comune non trova.

Ma qual è lo stato dell’arte oggi?

Per capire l’arte del nostro presente bisogna fare un passo indietro verso l’arte ottocentesca alla quale l’arte attuale si contrappone. La prima infatti era conforme al gusto corrente mentre la seconda è programmaticamente anticonformista. L’arte convenzionale mirava a produrre oggetti belli piuttosto che nuovi mentre l’Avanguardia tendeva a scuotere le coscienze e a trasgredire ogni regola. La regola da Duchamp in poi è non avere regole. Nel 1914, la guerra porta il caos in un mondo in cui l’uomo aveva riposto fiducia nella ragione e nel progresso, così un gruppo di artisti e di intellettuali, nel febbraio del 1916, fondano il Cabaret Voltaire che già nel nome allude al primato della ragione contro l’irrazionalità della guerra. Nasce il Dadaismo un nuovo modo di sentire. È un modo ironico di opporsi agli interessi economici, è un modo a volte ingenuamente folle di rompere con il passato. Tutto per Dada sarà arte e nello stesso tempo tutto sarà non arte. Si assiste alla forza dirompente di un movimento che spazzerà via ogni tradizione che farà uscire l’arte dai limiti troppo stretti della tela e porterà a grandi cambiamenti ad opera di artisti geniali e dall’indole fortemente dissacratoria verso ogni forma di tradizione. Uno di questi sarà Marcel Duchamp che già nel 1913 aveva disegnato i baffi alla Gioconda.

Nasce il “ready made”, l’arte del “già fatto”, al quale basta apporre una firma per conferirgli dignità di oggetto artistico. Durante gli ultimi cinquant’anni il “duchampismo” è penetrato capillarmente nel sistema dell’arte prima attraverso il Concettuale in cui si afferma che l’idea nell’arte vale più della manualità. Artisti come Sol LeWitt, negli anni ’70, fanno realizzare ad altri, bravi artigiani, le loro idee. L’artista è la mente e l’artigiano è la mano. L’artista ha successo se è abile ad affermare se stesso. Il ruolo della critica diventa importante nella strategia di affermazione di un artista. Ogni movimento artistico ha il suo teorico tanto che l’ americano Harold Rosenberg definì un quadro o una scultura contemporanea “una specie di centauro fatto per metà di materiali artistici e per metà di parole”.

Il proliferare di una varietà di tendenze in campo artistico ha connotato l’arte contemporanea di un’aura di incomprensibilità che ha contribuito al diffondersi di atteggiamenti di allontanamento da parte del pubblico o di estrema banalizzazione che si esprimono con espressioni del tipo “… io non me ne intendo” o “… ma è arte questa? Potevo farlo anch’io!”

Ma l’arte contemporanea si fonda su un pensiero esistenziale, filosofico, storico e politico che le nuove generazioni possono indagare, se opportunamente condotte e fornite di mezzi di decodifica, affinché apprezzino o semplicemente prendano atto che, dall’Impressionismo in poi, l’arte guarda lontano ed esprime anche in maniera provocatoria l’essenza della contemporaneità del proprio tempo. L’arte contemporanea rappresenta il sangue nelle vene del mondo e certe idee, tanto divergenti da risultare a volte “incomprensibili”, servono alla società per non invecchiare.

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Anna Maria Sergio
Anna Maria Sergio è nata ad Andria, dove ha frequentato il Liceo Scientifico e dal 1987 insegna nella scuola primaria. Ama l'arte e insieme a suo marito Saverio Lorusso ha organizzato fin dal 1983 diverse manifestazioni che vedono l'arte dialogare con il Design. Nel 2003 consegue il Diploma Universitario in Operatore del Beni Culturali presso l'Università Aldo Moro di Bari. Nel 2004 si laurea in Conservazione dei Beni Culturali presso l'Università Ca' Foscari di Venezia con una tesi su "Galleristi e imprenditori dell'Arte Contemporanea in terra di Bari ". Nel 2009 consegue la Laurea Specialistica in Storia dell'Arte presso l'Università Aldo Moro di Bari con una tesi su "Michele Zaza. Essere artisti in Puglia". Si occupa della direzione artistica della galleria Lorusso Arte Contemporanea e ha curato in collaborazione con la Fondazione Marconi di Milano diverse iniziative che hanno visto in mostra opere di artisti di importanza internazionale come : le Acqueforti di Picasso nel 1983, le opere grafiche di Giorgio De Chirico nel 1991, i Decollages di Mimmo Rotella nel 1992, i ritratti fotografici di Man Ray nella mostra intitolata "The fifty faces of Juliet 1941- 1955" del 2010 . Nel 2011 cura un nuovo ciclo di rassegne intitolato "Gli abitanti del Museo - Capolavori nei musei del mondo" che vede in esposizione le opere di Emilio Tadini. Cura mostre e testi in catalogo di artisti originari della nostra terra che si sono affermati a livello nazionale, come Franco Menolascina e Carlo Fusca, e internazionale, come Michele Zaza di cui ha scritto la biografia storico critica. Scrive su Eirene foglio di cultura della pace.

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