pace

Di fronte alla minaccia della propria vita la prima grande preoccupazione è tenere alla larga i pericoli massimali. Come una prima misura d’emergenza, una specie di protocollo dell’autoconservazione: lungi da me ciò che può essere contro di me. Questo vale sia per la difesa della propria carne che per la difesa del proprio pensiero. La prima urgenza carnale è circoscrivere spazialmente il nemico: allontanare il colpevole, catturare il terrorista, isolare lo stato islamico. Come in ogni rito di espiazione la comunità si unisce contro il colpevole e una superiore giustizia le consente di sacrificarlo. Tanto che nessuno all’inizio scende in piazza contro la vendetta militare. La prima urgenza per la difesa del pensiero, invece, è tenere alla larga le idee che ci renderebbero colpevoli. E il primo passo di questa difesa è identificarsi in una comunità pensante. Una comunità di idee non colpevoli. Chiunque si schieri dalla parte di idee potenzialmente colpevoli si schiera dalla parte di chi attira il male sulla comunità, di chi riproduce la logica della morte, la grettezza dell’odio, la miopia del fazioso.

Così, in questo sentirci attaccati, lungi da noi l’essere una comunità potenzialmente colpevole, quindi: lungi da noi l’esprimere idee potenzialmente colpevoli. Una sorta di naturale meccanismo di difesa ci porta a non identificarci in una verità di parte, sarebbe fanatico quanto la non-verità del nemico, ma a cercare la nostra superiorità rispetto a tutti i colpevoli e a non dire nulla che sia colpevolmente occidentale, nulla che sia colpevolmente cristiano, nulla di colpevolmente musulmano. Le idee che si esprimono devono restare nel limbo di una trasversalità innocente, di una civiltà trasversale che consenta di accusare chiunque si schieri in una identità pericolosa e, perciò, di non essere colpevoli. Peccato che in questa pantomina l’alternativa sia restare troppo di parte (integralisti contro integralisti, razzisti contro razzisti) o troppo giudici sopra le parti. Manca la terza possibilità: riconoscersi colpevolmente cristiani, o colpevolmente occidentali, o colpevolmente musulmani. Che cosa significa? Significa non aver paura di esprimere un’identità colpevole e non sentirsi superiore al nemico. Invece noi ci sentiamo superiori al nemico. Pensiamo che la risposta al terrorismo sia la civiltà, e che la civiltà esista nel riconoscimento dei diritti umani, anche se al tempo stesso li tradiamo ogni giorno nei nostri beni di consumo. Pensiamo che la risposta al terrorismo sia la società laica capace di riconoscere ogni credo senza discriminazione, e al tempo stesso riconosciamo questo laicismo un’evoluzione rispetto ad ogni credo, pensato privatamente come superstizione retriva. Pensiamo che la risposta al terrorismo sia la vera religione, quella del Dio nel cui nome non si può uccidere, e dentro di noi speriamo che il Dio degli eserciti stia dalla nostra parte come lo è stato in passato.

Ognuno tradisce l’altro, quindi la pace, nel suo cuore e nella sua carne, e soprattutto nell’eredità della sua storia. Disconoscere questo tradimento, non significa presumere di incarnare una verità superiore? Non è questa la stessa logica dei terroristi, incarnare la verità di fronte a chi la minaccia? La pace tra le comunità vecchie e nuove si costruirà su innocenze trasversali che condannano i faziosi, o su comunità irriducibilmente di parte che hanno in comune una sola cosa, cioè che ognuno porta con sé la propria colpa di fronte all’altro? Davvero sono i diritti umani a essere trasversali, quei diritti nati nelle dispute teologiche della prima età moderna e oggi validi nella misura in cui prescindono dal rapporto con Dio, o non è piuttosto il tradimento dei diritti (laicamente) e la colpa rispetto a Dio (religiosamente) ciò da cui partire? A voi la scelta. Personalmente, però, preferisco essere un cristiano occidentale carico di colpa di fronte a Dio e a ogni sua creatura, reo di colpe incalcolabili e bisognoso, come ricorda il papa, di “un perdono instancabile”, come ognuno dall’altro lato della barricata. Davvero è possibile parlare di pace senza il coraggio della propria identità colpevole?

LASCIA UNA RISPOSTA