Caro Vasco,

sono più o meno sette anni che non ti sento. Senza rancore. Sei stato proprio tu a dirmi che tanto il tempo cambia tutto. Io sono cambiato. E tu?

Devo chiedertelo perché non ne ho davvero idea. Mi è stato chiesto di scrivere qualcosa su di te. Ma preferisco scrivere direttamente a te. Proprio perché non sono in grado di parlare di quello che hai fatto dal 2007 ad oggi.

Ho solo ascoltato il tuo ultimo singolo. E mi sembra che il tuo pessimismo cosmico sia peggiorato. Mi hai fatto tornare con la mente agli anni in cui volevo cento gocce di Valium.

L’ultima volta che ti ho visto eri sul palco del San Siro. Lo ricordo come fosse ieri. Centomila persone che cantano in coro “liberi, liberi” fino a rimanere senza parole. Quella sera di Giugno mi è esploso il cuore. Come dimenticarlo?!

Ma adesso penso a te, così come penso ad alcune mie ex. La passione è bella che sepolta sotto la cenere. Rimane solo la consapevolezza di aver fatto la scelta giusta. Lasciarti.

Ed è per correttezza nei tuoi confronti che adesso ti dico il perché. Mi hai rovinato l’adolescenza. O meglio, mi hai fornito i mezzi per rovinarmi l’adolescenza. Quel che è giusto è giusto.

Mi hai dato un gruppo di cui sentirmi parte. E di cui sentirne la protezione. Che consisteva nella rassegnazione più nera. Ed io non mi sono fatto molte domande. Non mi sono guardato intorno. Mi bastava sapere che eravamo solo noi. Come due innamorati. Ma eravamo tantissimi. E nessuno si rendeva conto che il gruppo stesso era parte del problema.

Poi mi hai evidenziato che la vita è breve. Cosa che avevo appena scoperto. Con dolore immenso. E allora mi sono tuffato anch’io nel vortice della tua definizione di vita. E mi sono abbandonato. Complici alcune amicizie deboli come me. E la mancanza di un punto di riferimento stabile. Cosa che tu non sei mai stato.

Ho conosciuto la Coca anche grazie a te. Che la pubblicizzavi così bene. Non ho saputo resistere. Poi però, quando l’ho conosciuta davvero, ho odiato prima me stesso, poi chi me l’ha presentata e, inevitabilmente, ho odiato anche te. Ora non odio più. Né te, né me, né nessun altro. Ma solo perché sono riuscito a liberarmene. Mi è andata bene.

Hai scandito i miei saliscendi tra un innamoramento e un altro. Quando le cose andavano bene cantavo “ti voglio bene” alla mia Albachiara. Quando andavano male le dicevo “brava”, ironicamente. E mettevo in crisi la nostra relazione. Ma non mi hai quasi mai parlato di un amore che andasse oltre le solite logiche. Il possesso, la passione, la paura, la noia.

Mi hai tenuto lontano dalla politica. Mi hai tenuto vicino ai bar. Mi hai raccontato delle storie incredibili. Mi hai parlato di persone straordinarie.

Mi hai sommerso di messaggi contrastanti insomma. Ascoltavo solo te in quel periodo. Seriamente. E mi dispiace che il risultato di tutta la tua influenza su di me abbia il segno meno. Mi dispiace veramente.

Tu hai un potere enorme. Le tue parole sono delle granate. Fanno saltare in aria le persone. Per questo ti devo chiedere, con la mia anima fragile in mano, di pensare a quello che eri quindici anni fa, e anche di più. Quello che cercava gli angeli, che chiedeva “t’immagini?”, che si chiedeva “cosa succede in città?”, che diceva no, quando c’era da dire no. Quello che incitava a giocarsela.

E dopo, ti prego, fatti questa domanda: se non sto vivendo una favola, la colpa è soltanto di Alfredo?

Con affetto

Nessuno

LASCIA UNA RISPOSTA