Il Consiglio Superiore di Sanità blocca la vendita della cannabis light: ma c’è solo quella? Fermiamoci un attimo per provare a fare il punto…

Oh Maria!, Ci risiamo; contrordine compagni!

Il Consiglio Superiore di Sanità (CSS) invita il ministero della Salute a bloccare la libera vendita della cannabis light o leggera, considerata legale con il decreto legge 242/2016 (Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa), gettando un po’ di scompiglio in un mercato fiorente e alimentando discussioni da bar dello sport tra chi è a favore e chi contro. Nel mezzo ci sono pazienti con patologie anche gravi che hanno trovato un beneficio terapeutico nell’utilizzo dei prodotti derivati dalla canapa.

Da dove nasce quindi la marcia indietro del CSS? Perché in Italia non si riesce mai ad evitare cortocircuiti istituzionali, legislativi e comunicativi?

Partiamo dalle preoccupazioni, tardive (?), del CSS, il quale ritiene che non può essere esclusa la pericolosità dei prodotti contenenti canapa (leggera o meno che sia).

Andiamo per ordine e cerchiamo di fare un po’ di chiarezza

Che cosa si intende per canapa light (leggera)?

La cannabis light viene ricavata da infiorescenze femminili di Canapa Light Sativa, le quali sono ricche di cannabidiolo o CBD (composto non psicoattivo, utilizzato anche nella marijuana a scopi terapeutici) e poverissime di Thc (delta-9-tetraidrocannabinolo), che rappresenta invece la sostanza psicoattiva e psicotropa contenuta nella normale marijuana e che provoca euforia, rilassamento, appetito e disorientamento spazio temporale. Il normale contenuto di Thc in una pianta di cannabis è pari al 5-8%, anche se negli ultimi anni sono state sviluppate colture intensive di varietà che possono arrivare al 38% di Thc. La cannabis light è stata invece approvata per legge, come  un prodotto non stupefacente, in quanto contiene un basso contenuto di Thc (0,2%).

Perché dunque la cannabis light, ritenuta prodotto non stupefacente, è stata ora intenzionata dal CSS?

Il comunicato recita: “La biodisponibilità di Thc anche a basse concentrazioni non è trascurabile, sulla base dei dati di letteratura; per le caratteristiche farmacocinetiche e chimico-fisiche, Thc e altri principi attivi inalati o assunti con le infiorescenze di cannabis sativa possono penetrare e accumularsi in alcuni tessuti, tra cui cervello e grasso, ben oltre le concentrazioni plasmatiche misurabili; tale consumo avviene al di fuori di ogni possibilità di monitoraggio e controllo della quantità effettivamente assunta e quindi degli effetti psicotropi che questa possa produrre, sia a breve che a lungo termine“.

Il CSS ha quindi invocato il principio di precauzione sulla base anche di queste ulteriori considerazioni: non appare in particolare che sia stato valutato il rischio al consumo di tali prodotti in relazione a specifiche condizioni, quali ad esempio età, presenza di patologie concomitanti, stati di gravidanza/allattamento, interazioni con farmaci, effetti sullo stato di attenzione, così da evitare che l’assunzione inconsapevolmente percepita come ‘sicura’ e ‘priva di effetti collaterali’ si traduca in un danno per se stessi o per altri (feto, neonato, guida in stato di alterazione)”.

Il CSS quindi suggerisce di fare approfondite valutazioni e ricerche per stabilire con sufficiente certezza se il prodotto venduto e assunto come cannabis light possa avere o meno effetti potenzialmente pericolosi, individuati tramite una rigorosa e obiettiva valutazione scientifica.

In pratica, il punto del CSS è che per chi assume cannabis light nell’età adolescenziale e della prima giovinezza, si possono avere gli stessi effetti dannosi dell’assunzione della cannabis con alti valori di Thc. Infatti, in questa età, il cervello è ancora in pieno sviluppo e si assiste ad un rafforzamento e sfoltimento di precise connessioni sinaptiche, un processo fondamentale per il corretto funzionamento cerebrale. Il Thc potrebbe quindi interferire con i neurotrasmettitori naturali del cervello, gli endocannabinoidi, compromettendo le funzioni nervose. Il Thc, danneggiando le sinapsi, e alterando i meccanismi di regolazione dei neurotrasmettitori induce un progressivo danneggiamento delle connessioni neurali, contribuendo all’insorgenza di depressione, schizofrenia, psicosi e disturbi nell’apprendimento.

È importante quindi capire e prendere consapevolezza che dall’uso ricreazionale della cannabis si possa passare, soprattutto per alcune categorie di soggetti e di età, ad una forma di dipendenza da cui può risultare difficile uscirne.

È altrettanto importante non criminalizzare tout court  l’uso della cannabis. I benefici della marijuana, per esempio, in ambito medico sono noti da millenni e anche il Ministero della Sanità con il decreto del 24 gennaio 2013 ha autorizzato l’uso medico della cannabis, coltivata dall’Istituto Farmaceutico Militare di Firenze (unico ente autorizzato dal Ministero per la cannabis medica), per il trattamento di alcune condizioni patologiche, come  il dolore cronico associato a diverse patologie degenerative, per controllare gli spasmi muscolari nelle persone affette da sclerosi multipla, per contrastare i tremori del Parkinson e gli effetti collaterali della chemioterapia (riduce la nausea indotta dalla chemioterapia e migliora l’appetito nei malati oncologici e di Aids).

Bisogna però chiarire che “farsi la canne” e usare quindi la cannabis per scopo ricreativo non corrisponde ad utilizzare la cannabis per scopi terapeutici.

Non solo cannabis

La cannabis forse rappresenta la sostanza più conosciuta e forse abusata, ma c’è un crescente consumo di droghe di diverso tipo, soprattutto tra gli adolescenti, i quali sottovalutano i rischi e la percezione di quello che significa fare uso e abuso di sostanze stupefacenti. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità “sono da considerare sostanze stupefacenti tutte quelle sostanze di origine vegetale o sintetica che agendo sul sistema nervoso centrale provocano stati di dipendenza fisica e/o psichica, dando luogo in alcuni casi ad effetti di tolleranza (bisogno di incrementare le dosi con l’avanzare dell’abuso) ed in altri casi a dipendenza a doppio filo e cioè dipendenza dello stesso soggetto da più droghe“.

Cocaina, eroina, morfina, metadone, amfetamine, crack, barbiturici, mescalina, L.S.D., DOM, ecstasy è solo il parziale elenco di sostanze stupefacenti che hanno come effetto quello di modificare le capacità funzionali e relazionali dell’individuo, provocando forte dipendenza. Gli effetti più evidenti di queste sostanze, sulla base delle dosi e della frequenza di assunzione, portano ad un iniziale stato euforico, accompagnato da vasocostrizione, dilatazione delle pupille, aumento del battito cardiaco e della pressione sanguigna, irritabilità e disturbi dell’umore, attacchi di panico, psicosi paranoide, allucinazioni uditive. Comportamenti che portano ad una patologica alterazione nel funzionamento neuro-psichico dell’individuo.

Le droghe in deroga e l’ipocrisia dello Stato

Se le sostanze stupefacenti sono considerate dannose per la salute dell’individuo e quindi bandite per legge, ci sono altre sostanze che nonostante gli studi scientifici abbiano decretato la pericolosità al pari se non addirittura superiore a molte droghe, continuano ad essere vendute e consumate. Si tratta del tabacco e dell’alcol, le più grandi minacce per la salute umana.

Un reportage di Report racconta con rigore giornalistico le contraddizioni e l’ipocrisia dello Stato; un ente statale produce e specula su qualcosa che danneggia la salute.

ll fumo di sigaretta aumenta di 14 volte il rischio di tumore del polmone, è responsabile del 30% di tutte le forme di cancro e favorisce lo sviluppo di patologie cardio-vascolari. Di pari passo, l’eccesso di alcol soprattutto tra gli adolescenti, che come tali non hanno ancora sviluppato gli enzimi per degradare l’alcol assunto, provoca seri danni come difficoltà motorie, tempi di reazione rallentati, compromissione della memoria, cirrosi epatica, varie forme di tumori e in alcuni casi coma etilico.

Non basta scrivere sul pacchetto di sigarette: Nuoce alla salute, o vietata la vendita ai minori. Se una sostanza è dannosa non bisogna specularci sopra a scapito della salute del cittadino. Sicuramente il proibizionismo non è la strada maestra in tal senso, ma servono campagne di sensibilizzazione e di presa di coscienza dei rischi che queste sostanze comportano. E serve soprattutto fare prevenzione.

Quali sono le basi biologiche della dipendenza?

Le droghe si impossessano del sistema dopaminergico del sistema nervoso e condividono la capacità che hanno alcuni stimoli naturali a provocare una situazione di gratificazione. Le droghe in pratica interferiscono con il normale funzionamento cerebrale mandandolo in tilt.

I neuroni del cervello comunicano tra loro attraverso delle sostanze chimiche, i neurotrasmettitori, rilasciati in un sottile spazio tra i due neuroni, lo spazio intersinaptico. Tra i vari neurotrasmettitori, quello che è coinvolto nei fenomeni di dipendenza è la dopamina, la quale si accumula a livello del nucleo accumbens del cervello: uno dei circuiti alla base del senso di gratificazione.

La dopamina viene normalmente rilasciata dai neuroni per dare una risposta a segnali naturali di piacere come il cibo, il sesso, una performance fisica o professionale, provocando una sensazione di benessere. Tuttavia, l’azione della dopamina, così come quella di ogni altro neurotrasmettitore, non rimane immutata e attiva nel tempo; una volta completata la sua funzione, la dopamina rilasciata dalla cellula presinaptica, viene riciclata per ripristinare una condizione di normale equilibrio.

L’effetto gratificante delle droghe, dall’alcool, alla cocaina, all’eroina, alla cannabis, è dovuto alla capacità delle stesse di provocare, direttamente o indirettamente, la liberazione di dopamina e di interferire con i meccanismi di riciclo. Si tratta dei farmaci d’abuso, diversi fra loro nella struttura chimica e nel meccanismo d’azione, ma tutti in grado, per definizione, di stimolare i recettori alla dopamina. Inoltre, le sostanze stupefacenti sembrano agire non solo stimolando la produzione di dopamina, ma inibendone anche il suo riciclo o degradazione. Questo comporta una persistenza di alte concentrazioni di dopamina libera tra le terminazioni nervose, prolungando così la sensazione di piacere ricercata dagli utilizzatori.

In sostanza, quando la dopamina sale oltre la soglia fisiologica si instaurano dei comportamenti compulsivi; i freni inibitori vanno in tilt e si va alla ricerca di quegli stimoli che provocano piacere. Si genera così quello che i neuroscienziati chiamano “rinforzo positivo”: “un organismo seleziona e apprende quei comportamenti che hanno dato accesso a uno stimolo percepito come appagante e che quindi vale la pena di essere sperimentato nuovamente”.

In conclusione, nel complesso panorama delle sostanze stupefacenti bisogna documentarsi, conoscere e non pensare che possa valere il principio dello “smetto quando voglio”!

Argomento completamente diverso è l’uso terapeutico di alcune sostanze. Tuttavia, la strada maestra è quella che passa da una rigorosa sperimentazione scientifica, la quale sa indicare rischi e benefici evitando la commercializzazione della scienza ed indicando la strada, anche alle istituzioni, per evitare cortocircuiti comunicativi e ipocrisie istituzionali.

Fontehttps://pixabay.com/it/cannabis-erbaccia-marijuana-canapa-313051/
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Antonio Musarò
Figlio del Salento, abitante del mondo, esploratore della conoscenza. Laurea in Scienze Biologiche, Dottorato di Ricerca in Scienze e Tecnologie Cellulari alla Sapienza Università di Roma e Research Fellow presso la Harvard University di Boston (USA) dal 1996 al 2000. Attualmente è professore ordinario di Istologia, Embriologia e Biotecnologie Cellulari presso l'Università di Roma "La Sapienza". Le sue ricerche hanno portato ad importanti risultati pubblicati su riviste scientifiche internazionali tra cui Nature, Nature Genetics, Nature Medicine, Cell Metabolism, PNAS, JCB. Da diversi anni è impegnato nella divulgazione scientifica; è coordinatore delle attività di divulgazione scientifica dell'Istituto Pasteur-Italia ed è direttore scientifico della manifestazione “Festa della Scienza” che si svolge annualmente in Salento (Andrano-LE). Il suo motto: appassionato alla verità e amante del dubbio.

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