Storia di una singolare cassetta per lettere …e di una candela

Chi di voi non ha mai scritto lettere su della carta?

Appartengo ad una generazione che ha scritto molto sui fogli di ogni tipo e colore ed ha affidato per la corsa al destinatario tutto ad una busta e ad un francobollo: si riempiva di emozioni una casa immaginaria con una sola porta chiusa con della saliva o colla.
Le parole avevano una consistenza, una fisicità.

Terrei volentieri una apologia in difesa di quel po’ di passato ma il tramonto di qualcosa è l’alba di altro.
Il tempo trova sempre il modo di fregarti, ora si usano applicazioni di messaggistica e i social, ma l’importante è scrivere.
A strani esseri, simili a pupazzetti colorati, si può sostituire una frase di senso compiuto. Persino un cuore piccolo, rosso, batte una volta ricevuto.

Questo preambolo per raccontarvi una storia. Il servizio di leva, prima obbligatorio, mi ha portato ad Arezzo in Toscana.
Fuori di una piccola chiesa, scoperta camminando senza meta, c’erano due cassette per lettere: una per raccoglierle ed una per riceverle, cui tutti potevano affidare, in mancanza di un destinatario, le proprie parole: ne ho imbucato diverse.
E puntuale a distanza di una settimana circa, salivo per questa piccola collina che portava ad un parco immenso, ansioso di trovare una risposta: ce n’era sempre una.
La busta, con il piccolo grandioso miracolo di qualcuno che leggeva,  era piccola con su scritto il nome che si era scelto per la corrispondenza e profumava quasi sempre di lavanda.

Per un po’ non ho saputo chi si occupasse di raccoglierle e leggerle come di rispondervi.
In ogni busta oltre ad un foglio di carta, sempre uno solo, a parole semplici, educate e confortanti, vi era un foglietto più piccolo con gli orari della messa domenicale.

E proprio una domenica mattina, con il mio Toscanello spento aromatizzato al rhum tra le dita, ho udito una predica fatta da un prete maturo che mi ha riportato alle parole avute in risposta cartacea.

Quel prete l’ho avvicinato a fine messa: prima di sederci fuori, vicino ad un meraviglioso Cristo in croce di legno, mi chiese se avessi da offrirgli un sigaro.
Fumacchiando mi guardava ogni tanto con i suoi occhi grandi verdi, dentro un viso pieno di rughe e capelli ingrigiti.
Ammise senza resistenza di essere artefice di quella idea straordinaria: una corrispondenza epistolare senza mittente.
Il suo intento era dare ascolto a chi non voleva confidarsi nello spazio stretto e intimo del confessorio.

Andavo, dopo esserne diventato amico, a trovarlo, quando mi era possibile, alla mensa per i poveri che gestiva o in chiesa.
Lavare i piatti di tante persone, dopo averci condiviso il pasto e piccoli gesti, valeva più di un abbraccio.
Poco prima che io ritornassi congedato a casa, avemmo più o meno questo dialogo.

Io: dove sta questo Dio, Enrico, ora me lo dici?
Lui: non dove ti aspetti tu, Damiano. Ovunque. In questa chiesa come fuori. Come nella piccola distanza che c’è tra me e te, nella fatica che mettiamo a parlarci e capirci.
Ecco, il nostro Cristo, ancora sofferente, dilaniato dalle pene comuni della vita terrena, ricordarci che non è nella gioia che si trovano risposte. Le risposte arrivano attraverso il dolore: proviamo a metterci da parte per un momento e ad amare e basta, regaliamo felicità anche senza esserlo.
Questo Cristo ha potuto diventare ciò che è perché non ha rinunciato alla sofferenza umana. Non ha salvato tutti noi dal peccato ma ha ci ha suggerito che solo il bisogno e quindi la mancanza fanno di ogni uomo un uomo.
Tra le braccia c’è sempre qualcosa da riempire. Occorre sempre un vuoto, una strada buia, un dolore. simile ad un chiodo nella carne.
Io: mi dici cose che so e che sappiamo tutti.
Lui: e va bene, te ne dico un’altra sola. Salvati se stai per cadere, ferirti o morire. E dopo esserti salvato, scegli qualcuno e insegnagli come si fa. Ricorda che in mezzo a tanta luce artificiale, i più saggi in casa conservano sempre una candela.

Fontehttps://pixnio.com/objects/candles/candle-flame-wax-warm-hand-finger-wood
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Damiano Landriccia
Damiano Landriccia nasce ad Andria, nel 1973. Sposato, con tre figli, vive a Trani. Ama leggere e scrivere. Ha scritto e scrive recensioni cinematografiche per il Mensile Culturale milanese “Quarto Potere” (www.quartopotere.com). Ha scritto per la rivista di moda pugliese “City View”. Ha vinto il Festival Teatrale U.A.I. – Atti Unici Italiani – di Reggio Emilia nel 2004. Gli hanno di seguito rappresentato il Testo vincitore “Il Grande Padre” a Reggio Emilia presso “Il Teatro Piccolo Orologio” sempre nel 2004. Edizioni Babila gli ha pubblicato delle poesie nel libro “Ad un passo dell’anima - dal verso all’immagine”. I testi teatrali sono pubblicati su www.dramma.it. Altri testi e poesie sono pubblicate sul sito www.ewriters.it

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