… né di statura
mi vanto, né di volto; umana donna
mal può con una Dea, …

 

Ecco una cosa che mi è balzata in testa un po’ di tempo fa, mentre ripassavo l’Odissea per spiegarla il giorno dopo ai miei alunni di prima. E qual luogo è migliore di Odysseo per far conoscere a tutti queste mie strane quanto impoetiche osservazioni?

Dunque, rileggevo il canto V nella traduzione dell’illustre Pindemonte a me tanto cara: la bella Calypso su invito degli dei e per bocca del dio Ermes lascia andare Ulisse, che ancor lacrimava al pensiero di non poter rivedere l’amata Itaca e riabbracciare la dolce consorte. E pensavo a tutte le altre donne che nel famoso poema omerico si relazionano a lui. Ho sempre provato sgomento al pensiero che questo, come altri personaggi maschili dell’epica e della mitologia, passasse da una donna all’altra giustificando le sue voglie come volute dal Fato e poi le mollasse una dopo l’altra tirando ancora in ballo il Fato. Similmente Enea, che in viaggio perde Creusa, si giace nella grotta con la povera Didone e poi (si ringrazia nuovamente il Fato) parte e va a sottrarre Lavinia a suo cugino e promesso sposo Turno. Se applichiamo la consueta “razionalizzazione del mito” di certo la situazione si rivela piuttosto squallida e tutti questi uomini cessano di essere eroi per rivelarsi invece dei farabutti patentati, ma una interpretazione personale di questi personaggi dell’epica, frutto di riflessioni leggere ed estemporanee, ci può stare.

Partiamo da Calypso (“colei che nasconde”). Relegata nell’isola di Ogigia, ha il crudele destino di ospitare uomini di cui si innamora e che puntualmente la abbandonano per riprendere le loro peripezie o più semplicemente la propria vita. Ulisse è fra questi; il re di Itaca, sazio del sangue troiano e appagato dal successo della sua ingegnosa quanto ingannevole trovata del cavallo di legno, gusta fino in fondo l’ospitalità della Ninfa, ma pure manifesta continuamente il proposito di partire. Omero racconta che la dea riesce a trattenerlo per sette anni e che poi si rassegna a perderlo, fornendogli anche la zattera per completare il suo viaggio, il che equivale, come si suol dire, ad aggiungere al danno la beffa, ad un masochistico affondare il ferro nel cuore con le proprie mani. Nasce da qui il mio rifiuto della versione omerica di questo mito e, accanto alle altre versioni che ci fornisce la letteratura, chiedo cittadinanza anche per la mia che qui rendo pubblica.

Mi vien beffardamente da sorridere all’idea che Calypso, contrariamente a quanto si tramanda, abbia fottuto il “callidus” amante, come mai le altre donne avrebbero saputo fare: ha preparato la valigia dell’eroe, ma di nascosto ha preparato anche la propria; gli ha dato una zattera, ma su quella zattera all’alba del giorno dopo c’è salita anche lei e si è fatta trovare lì, pronta a partire, a lasciare tutto per amore, ad affrontare ogni peripezia nel mare in burrasca pur di raggiungere Itaca e condividerla clandestinamente con il suo Re. Pronta ad essere straniera laddove era padrona, pronta a mendicare il pane, pronta a rubare l’amore, pronta a sopportare la gelosia di Penelope.

O forse ha solo minacciato di partire con lui e lui, per evitare complicazioni, ha preferito restare.

A tal punto il finale della storia diventa ininfluente perché, quando andiamo a confrontare Calypso con Penelope, la prima dea, la seconda nobile ma mortale, scopriamo che forse sono la stessa persona, rappresentano le due facce della stessa moneta. Penelope è la regina, consorte ufficiale del nostro eroe, e ha pertanto tutto il diritto di aspettarlo; la sua pazienza è rappresentata emblematicamente dalla tela che fa e disfa, un lenzuolo funebre che – ci vien detto – dovrà avvolgere le spoglie mortali del suocero Laerte, ma che in realtà avvolge il suo dolore di donna abbandonata, avvolge ciò che le rimane del suo progetto di vita coniugale, progetto lì per lì realizzato e poi brutalmente interrotto. Calypso rappresenta invece la capacità posseduta da noi donne di reinventarci continuamente, di rimotivarci per ricominciare tutto daccapo, la capacità di scendere a compromesso pur di trattenere l’amore, il potere di rendere eterno tutto ciò che ci appartiene. Le donne, si sa, amano incondizionatamente e sono disposte a tutto. Allora Penelope è la speranza ad oltranza, la pazienza infinita; Calypso, invece, secondo questa mia fantasiosa interpretazione, rappresenterebbe l’intraprendenza, l’ardire, l’ostinazione.

O forse, ripensandoci, Calypso è l’esatto contrario di quanto appena detto: trattiene Ulisse non perché lo ami ancora, ma semplicemente perché è stanca di ricominciare tutto daccapo, è stanca del suo “precariato d’amore”, dei suoi amori “a tempo determinato” (la leggenda racconta, infatti, che altri uomini avevano goduto della calda ospitalità della Ninfa ed erano poi, per un motivo o per l’altro, andati via).

Se poi vogliamo estendere il discorso alle altre donne che incontrano Ulisse (Nausicaa, Circe, Ino, …), allora scopriamo che anch’esse rappresentano tutte un aspetto dell’universo femminile, un modo di essere donna, un modo di concepire l’amore.

Cari amici di Odysseo, trattasi di libere divagazioni di una penna di certo non femminista, esercizio ameno di una prof di lettere durante il riposo estivo…

 

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Francesca De Santis
Francesca De Santis è nata a Barletta il 1961 e vive ad Andria dal 1972. Docente di scuola elementare, materna e di sostegno, dal 1987 al 2001 ha insegnato nella scuola materna statale. Laureatasi nel 1993 in Pedagogia all’Università “La Sapienza” di Roma, ha insegnato nel Liceo Scientifico “A. Moro” di Margherita di Savoia e dal 2002 insegna lettere nel Liceo Scientifico “R. Nuzzi” di Andria. Per molti anni ha studiato e commentato i testi delle canzoni di Fabrizio De Andrè, alcune delle quali confluite nella sua tesi di laurea (inedita) e ha tenuto, in merito, alcune lezioni. Attualmente si occupa della trascrizione con note esplicative di importanti manoscritti barlettani.

6 COMMENTI

  1. Gentile prof.ssa De Santis, non deve aver timore a definirsi femminista e non deve collocare le sue riflessioni nello spazio vuoto della vacanza. Secondo me Lei ha abbastanza coraggio e intelligenza per stare a piedi ben fermi e uniti sulla scena “piena” della vita reale. Cordiali saluti
    Giuseppe Del Mastro

    • Se fossi femminista non avrei timore a definirmi tale, come non ho timore a manifestare le mie idee e i miei sentimenti, ma non lo sono. 🙂

      • Non c’è bisogno di essere femminista per avere piena consapevolezza delle problematiche relative alla condizione femminile …. e maschile

  2. Stavo pensando che gli uomini che arrivano sull’isola di Calipso non sono uomini “normali”, ma personaggi eccezionali, non solo belli, ma interessanti, intelligenti, colti, avventurosi. Che senso avrebbe per Calipso trasformare Ulisse in un noioso personaggio immortale? E -in questo modo- precludersi la possibilità di altri incontri con altri “eroi” interessanti e affascinanti? Calipso resta nell’isola e il meglio del resto del mondo la va a trovare e scambiare con lei esperienze nuove offrendole rapporti coinvolgenti. Forse Calipso ha fornito ad Ulisse il necessario per andare via, perchè aveva ormai voglia di altri incontri. E’ possibile?

    • Possibilissimo. Vedo che ha colto perfettamente lo spirito di queste mie riflessioni: dietro la mitologia e l’epica si nasconde, come in ogni altra fantasia degli umani, l’impoetica e cruda realtà, lo spirito utilitaristico che pervade, nostro malgrado, la vita.
      In quanto alla prima parte del suo commento Le dirò: probabilmente era l’amore di Calypso a rendere i suoi ospiti eccezionali, belli, interessanti, intelligenti, colti, avventurosi.

      • http://www.odysseo.it/odisseo-i-marinai-i-proci-e-itaca/

        Cioè l’amore “riveste” l’amato di qualità particolari? Certo…
        Però non parlerei di “cruda realtà” o “spirito utilitaristico”: Calipso era immortale, non poteva muoversi dall’isola di Ogigia, da lei arrivavano per caso personaggi fra i più vari, con proprie storie già avviate e impegnative. Calipso li “nascondeva” per un po’, ma sapeva già che non poteva durare per sempre quel nascondimento: tra l’altro forse Calipso “nascondeva” anche a se stessa la precarietà oggettiva di quei rapporti, e anche quegli eroi “si nascondevano” a se stessi. Spesso i rapporti fra le persone sono pieni di nascondimenti, frutto più della paura di restare soli che di un consapevole progetto utilitaristico.

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