Nel mondo c’è così tanta bellezza da disorientarci.

Chi siamo?

Eravamo dei ragazzi che con quattro soldi partivano per una vacanza. Basterebbe poco, solo un po’ di gioia e di disincanto, un po’ di gentilezza e coraggio.

È solo un grande mare, ci sono tante persone, poche barche. Tra una riva e l’altra, forse un dio dei tanti recupera chi sta annegando.

Chi siamo dinanzi al destino? Poca cosa, fratelli e sorelle. Se solo riuscissimo ad amarci da adulti almeno la metà di quanto da piccoli ci hanno amati i nostri genitori, avremmo alla fine di tutto, verso gli ultimi respiri, tutta la luce che ci occorrerebbe per tuffarci in quel buio, prima della Casa del Padre che abbiamo pregato.

Quel dio invisibile che dal cielo non è riuscito ad allungare la sua mano, qui da noi in terra non ha superpoteri. Quell’uomo che ha sporcato la sua anima con il delirio, solo un assassino. Non ci sono attenuanti morali, fisiche, psichiche, dei certificati o dei trascorsi dolorosi, guerre sante da combattere, califfati da servire.

È questa vita terrena, in cui nessuno ci ha promesso che saremmo stati felici, a ferire, a farci sanguinare e infine a trasformarci in mostri. E il cuore di ognuno si fagocita il prossimo, i muscoli del più forte abbattono i meno forti, le parole lasciate marcire senza un pianto o un sorriso lacerano la pelle.

È solo il disegno, un disegno, dicono, sì, ma di un cieco. Possiamo alzare un sasso, spezzare un ramo, gesti semplici, un dio arriverà in nostro soccorso.

Per tutto il resto resta solo la consolazione di un ultimo bacio o carezza. E il perdono del dio uomo, non spirito, quando gli uomini riescono a dimenticare.

Ci basterebbe lo spazio in questo mondo, ma l’infinito dell’universo è il posto migliore per nascondere i rifiuti umani, le scorie dell’anima.

Dalla palla della terra, senza I Blues Brothers, senza Ray Charles, senza Joe Cocker, Shirley Horn che suonano, cola amore e sudore.

Occorre un disastro perché gli uomini si avvicinino gli uni agli altri. Cade un aereo. Si spengono tante luci e intorno è un po’ più buio.

La Casa del Padre ha aperto le sue porte. Gli uomini qui giù cercano ancora una casa.

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Damiano Landriccia
Damiano Landriccia nasce ad Andria, nel 1973. Sposato, con tre figli, vive a Trani. Ama leggere e scrivere. Ha scritto e scrive recensioni cinematografiche per il Mensile Culturale milanese “Quarto Potere” (www.quartopotere.com). Ha scritto per la rivista di moda pugliese “City View”. Ha vinto il Festival Teatrale U.A.I. – Atti Unici Italiani – di Reggio Emilia nel 2004. Gli hanno di seguito rappresentato il Testo vincitore “Il Grande Padre” a Reggio Emilia presso “Il Teatro Piccolo Orologio” sempre nel 2004. Edizioni Babila gli ha pubblicato delle poesie nel libro “Ad un passo dell’anima - dal verso all’immagine”. I testi teatrali sono pubblicati su www.dramma.it. Altri testi e poesie sono pubblicate sul sito www.ewriters.it

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