Lettera aperta al Ministro che odia i terroni

Rispondo alle chiacchiere con i fatti e nemmeno fatti riflessi, preferisco utilizzare i miei, metterci la faccia.

Mi presento, ministro: sono una terrona laureata in scienze religiose (le basti questo, posto che da qui nasce il mio attuale lavoro ed un pedissequo elenco di titoli non sarebbe utile a niente ed a nessuno). Ho due figli di 11 e 7 anni, nonché un Labrador di 40 kg che non vedo da mesi e, capisco le sembrerà strano, manca come l’aria!

Il 28 agosto 2018 sono stata chiamata dal Piemonte per ricoprire un incarico annuale su cattedra vacante a Domodossola, con presa di servizio il 01 settembre. Domodossola, per una terrona ignorante (ma guarda caso anche nell’immaginario comune dell’Italia intera, con piena coscienza dei domesi, glie lo assicuro, lo confermo e lo sottoscrivo) esiste solo per due ragioni: lo spelling sul codice fiscale o la città con la D nel gioco “nomi-cose-città”.

Quarantotto ore per decidere di mettere in valigia i miei figli, lasciare qualsiasi cosa io stessi facendo e incominciare a camminare a 1300 km dalla mia terra, dove l’universo è parallelo e non voglio stare qui a spiegarglielo, perché non ho niente di cui lamentarmi, specie se si tratta del MIO sacrificio. Sì, come lo ha chiamato? Sacrificio! Ripeto: SACRIFICIO!

Vivo in simbiosi con una collega terrona, palermitana, anche lei qui sola con un figlio di 7 anni e, badi bene, ne ha un altro di 14 lasciato in Sicilia, perché ha preferito restare giù. Riesce ad immaginare cosa significhi per una madre dover fare una scelta del genere? No, non può, altrimenti prima di dare fiato alla bocca, conterebbe fino a INFINITO!

E non si azzardi a pensare nemmeno per un istante che la mia sia una malcelata rabbia spicciola!

La mia collega, parimenti laureata in scienze religiose e già docente alla Facoltà Teologica di Base siciliana, dove i docenti lavorano gratis, per pagare l’affitto in Sicilia faceva le pulizie nelle altrui abitazioni. Marito disoccupato, funziona così là sotto, spessissimo!

Io, invece, avevo chi veniva a pulire la mia di casa e non avevo alcun affitto da onorare, non ho mai avuto nulla per cui lamentarmi, ancor di più, volendo ascoltarla, farei parte della serie di terroni che non si impegnano perché sono nati sotto una buona stella, GIUSTO?!?

Sarei da inserire a pieno titolo  nella categoria delle persone che da noi vengono definite: quelle che “il pianto rende!”.

Potrei allungare il brodo con le storie, VERE, degli innumerevoli uomini e donne che qui ho incontrato, una intera e grandissima colonia meridionale che, BADI BENE, non si è trasferita in cerca di fortuna: è stata chiamata! La percepisce la sottile differenza?

Ma vengo al punto: arrivata in Piemonte e messo piede a scuola ho scoperto qualcosa che forse le sfugge.

I ¾ dei docenti che istruiscono la popolazione Piemontese è terrona, ma del profondo sud, profondissimo. La restante parte degli insegnanti è fatta da persone che insegnano possedendo, per la grande maggioranza, solo il vecchio diploma magistrale.

Peggio mi sento se voglio soffermarmi sulle materie che richiedono specifica specializzazioni sin dai primissimi gradi di scuola: l’inglese e la religione cattolica.

Sa come funziona? Sa perché ci chiamano? Perché qui non ci sono specializzati a sufficienza.

“Hai la magistrale?”, mi ha chiesto una collega piemontese che insegna da anni, il mio primo giorno. “Allora da oggi abbiamo qualcuno che ci possa insegnare qualcosa!”, ha continuato.

Mi dica, riesce da solo a rendersi conto di cosa possa voler dire?

Ma non è solo questo. Sa perché ci chiamano? Perché questa, nei dintorni, è una comunità montana del Nord e chi è del nord lo sa quale sia il disagio.

Una quarta elementare con indirizzo Montessori perde improvvisamente la docente per una malattia grave e la scuola finisce nel panico.

Nessuno, nessuno del nord accetta la supplenza, nonostante (mi ascolti bene!), l’urgenza fosse tale da far accettare insegnanti anche prive di specializzazione Montessori, anche prive di laurea: “sufficiente diploma magistrale ante 2001”.

La situazione diventa virale su whatsapp, capisce?? Su whatsapp! Dieci minuti di orologio e la supplente, specializzata però, viene trovata. Indovini un po’ da dove viene? Posso evitare di sottolinearlo?

È così qui. È la scuola di questo posto meraviglioso che, non smetterò mai di dirlo, mi ha chiamata alla mia missione e mi ha ripagato in dignità! Io amo questa terra, sono grata a questa terra, anche per le volte in cui rischio di rimetterci la pelle. Lavorare nelle scuole di montagna con le pluriclassi, raggiungere le scuole di montagna con le pluriclassi, (dove non ci sono mezzi di trasporto, ma abbastanza ghiaccio sull’asfalto da poter volare giù da un burrone pur camminando a 20km orari), fa rischiare ogni volta ai miei figli di non vedermi tornare a casa. O almeno di non vedermi tornare a casa tutta intera!!

E sa cosa ci sentiamo dire ormai da mesi, ogni volta che per una qualche ragione siamo costrette a raccontare come funziona la nostra vita?

“Cosa???? Ma come fate, NÉ?”

Come facciamo? Non siamo maghe o maghi, non siamo divinità, non siamo meglio di nessuno.

Come facciamo? Siamo terroni! CI IMPEGNIAMO!

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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.

2 COMMENTI

  1. Contro i generali dell’ “armatevi e partite”, mandiamo avanti le truppe del: “siamo armati? Partiamo!”
    Ad maiora.
    Grazie, Nunzio.

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