Buonasera, dottor Nisticò è il nuovo romanzo del giornalista Antonio Del Giudice, edito da edizioni NOUBS. Un libro che è il monologo di una solitudine.

Mario Nisticò, protagonista assoluto, è amministratore delegato della maggior banca cittadina; una cittadina, sì, dove accadono molte cose. Sembra il centro di molti eventi e girano soldi e interessi. Troppi? Eppure la quotidianità raccontata è credibile per assoluto merito dell’autore e per assoluto demerito di certa Italia.

Il protagonista ci fa vivere l’isoloamento in cui precipita a seguito dello scandalo di una “mazzetta” che lo coinvolge. In realtà, la sua è una solitudine frutto della mancanza di legami emotivi. è una solitudine organizzata e preparata da scelte che sono anche la somma di tutte le sue non scelte, insomma una solitudine costruita con pazienza.

Da dieci anni, infatti, vive da separato in casa con sua moglie Anna, dopo aver consumato un tradimento, quello con Rachele, fino in fondo; fino a meritarsi l’odio e il distacco di sua figlia Livia che, come nelle “migliori” descrizioni cliniche, si sente tradita come figlia dimenticando che se un tradimento c’è stato, non solo uno, è stato verso sua madre.

Un uomo tradisce sua moglie (e viceversa) non i figli.

Michele, il secondogenito, è una presenza opaca e tiepida, mantenendo lo stile acquisito da suo padre. Anna resta in un ruolo economicamente comodo e costruisce con i figli una ragnatela che li separa dal nostro Nisticò.

Mario sente in modo così chiaro la sua solitudine che, dopo lo scandalo, decide di volerla toccare con mano, cercando prove tangibili come ad infliggersi, vittimisticamente, una ulteriore punizione. Chiusosi in casa, manda un sms con richiesta d’aiuto a 112 (casualmente è anche il numero per contattare i carabinieri) contatti importanti presenti nella sua rubrica.

Nessuna risposta. Questo non lo stupisce, piuttosto appare essere un gancio creato per poter agire, con caratteristiche più pregnanti, la sua immaginazione. L’attesa di una risposta, quasi dimenticando il testo inviato, è un obiettivo da dare a giornate tutte uguali perché il dottor Nisticò, anacronisticamente, si dimette dalla carica di AD, lascia le carte nelle mani del suo avvocato e si posiziona nella sua casa tra divano, studio e letto. Tutti i giorni uguali, vecchi libri ripresi, carte da sistemare, “pizzini” da ordinare e il “convivium” – la “mazzetta” – da nascondere. Non una parola con sua moglie, accoglie silenziosamente le coccole della collaboratrice domestica, scambia qualche parola con il portiere, vive l’invasione di un sacerdote.

Comprende, forse, di aver costruito un castello di sabbia con tende fatte di banconote che coprono, nascondono, creano potere e invidia. Un castello che crolla alla prima onda. Certo, l’onda è stata bella grossa, ma pare che Nisticò non conosca il potere e la responsabilità che ha agito. Ciò che colpisce è la sua familiarità con termini e comportamenti mafiosi.

La rassegnazione ad un certo ambiente, quello nel quale racconta di essersi trovato, è complicità e non assenza di scelta perché la “non scelta” è appunto una scelta.

Il racconto è incalzante, il Natale in arrivo, come i due figli che, per prescrizione “medica” depurativa, vivono lontani. I resoconti di una vita, l’incontro con i figli, l’ospedale, il verdetto della giustizia e un finale aperto che lascia il lettore libero di esercitare la propria fantasia.

Una sola nota critica: giusto prima del finale, è come se l’autore mollasse un po’ la presa. Diventa sbrigativo. Non sarà di certo per una ragione casuale, ma il frutto di una scelta precisa. Sarebbe bello poter chiederne la ragione all’autore. Magari durante una delle sue presentazioni del libro.

Gioia Guglielmi


[ In foto la copertina del libro ]

CONDIVIDI
Articolo precedenteLa 66^ Giornata Mondiale dei Diritti Umani
Articolo successivo“Sentinella, a che punto è la notte?”
Gioia Guglielmi
Sono Gioia Monica Guglielmi, psicologa e psicodrammatista. Scrivo per raccontare delle anime che osservo e che mi vivono accanto passando  - ovviamente (o no?) - attraverso la mia. Credo nella diversità, perché la percepisco come vita, non conoscendo parametri di normalità. Amo l'arte ma sopra ogni altra cosa il teatro.