Nell’uscita di questa settimana Odysseo ha non pochi articoli dedicati alla Pasqua, intesa come festa cristiana per eccellenza. Non è mia intenzione scriverne un altro. Non, almeno, in senso stretto.

Vorrei, piuttosto, proporre una riflessione a mezza voce. Per esempio, sul senso degli auguri che ci scambiano in questi giorni: Buona Pasqua! – Buona Pasquetta! – Auguri di pace! – Tanti Auguri!

Auguri di che?

Ok, per la Pasquetta è abbastanza facile: ci basterebbe che fosse bel tempo per una felice gita fuori porta, in campagna o in collina, magari persino al mare.

Ma cosa ci servirebbe, veramente, perché la Pasqua fosse “buona”? Una bella mangiata in famiglia, salvo poi accusare disturbi nella digestione? Una serata al cinema o in discoteca? Una rimpatriata di vecchi amici? E poi?

Magari non vogliamo confessarlo neppure a noi stessi, o soprattutto a noi stessi, ma è proprio quando arrivano le “feste comandate” che rischiamo di accusare un senso di disagio: perché si può “comandare una festa”, ma non la felicità. La pienezza, quel senso che ci appaga e ci pervade, non arriva “a comando”.

Occorre altro. Ne abbiamo già scritto. Occorre essere “in pace” con noi stessi.

Occorre leggerezza, direzione, motivazioni. Una volta si chiamavano scala dei valori, priorità, senso della vita, a prescindere da qualsivoglia credo religioso.

Ora, chissà come si chiamano. Forse, non si chiamano proprio più. Sono questioni démodé.

Tuttavia, fuori moda non vuol dire inautentico. E le domande inevase restano. Urlate forte in silenzio, inascoltate, ma non meno urgenti. Restano.

Allora: auguri di Buona Pasqua e anche di Buona Pasquetta. Che sia davvero l’occasione di un bel pranzo di famiglia, di un incontro con amici ritrovati o di una bella scampagnata.

Che possa essere, però, anche l’occasione favorevole per un incontro con noi stessi.

E magari col Risorto.

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Paolo Farina
La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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