C’è un gradino da saltare, tra tanti questo è l’ultimo e fa più paura di tutti. Beatrice. Ti hanno inseguita, tu provavi a correre ma erano più veloci di te certe parole talmente insensate da togliere il sonno. Hai tirato i pugni verso quel nemico invisibile della superficialità e mentre lo facevi si è alzato il muro dell’indifferenza, ti sei ferita.
Non esiste una regola precisa, la vita a volte toglie e a volte dà, senza un appuntamento preciso, non avvisa.
Il treno è quasi arrivato in stazione, il cuore da tanto batte è quasi in gola, nessuno è venuto a fermarti, nessuno immagina. Questa verità ha come unico investigatore un buon Dio lontano e promesso.
La morte è un silenzio, un rumore simile ad uno schiaffo a mano aperta sul muro, ti costringe a girarti, a pretendere una spiegazione. E consuma non averne una.
Il corpo è solo una scatola, un pacco che talvolta sbaglia indirizzo e vaga sino ad una stanza piena di altri oggetti e polvere: non smette mai di attendere un reclamo.
Coraggio, buoni cristiani che non siamo altro, abbiamo qualcosa da raccontare, da spettegolare. L’amore doveva arrivare e carezzare il viso, la comprensione poteva poggiarsi nelle tasche come un fazzoletto di carta e asciugare le lacrime.
Siamo tutti bravi con le vite altrui e l’altrui dolore.
Il treno è passato, devi chiudere gli occhi, riposa.
La forza dei deboli è trainata dalla cattiveria, un animale che deve tirare senza sosta e cibo sino allo sfinimento: non conduce lontano.
Tu sei arrivata. Il nostro viaggio dura tuttora.
[Beatrice Inguì è la studentessa di quindici anni morta sotto al treno regionale 2005 Torino-Milano il 4 aprile scorso]

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