Ricordo di non aver mai creduto fino in fondo all’esistenza di Babbo Natale o meglio, di aver smesso di crederci da subito. Avrò avuto otto anni quando mi accorsi che erano, in realtà, i miei genitori a preparare con cura quel fiocco regalo sotto l’albero, il sacro graal delle mie insonni notti natalizie.
Il trauma, però, non fu così pesante da sopportare poiché sapevo, in cuor mio, che la figura di Babbo Natale era un’ideologica trasposizione della realtà, la personificazione dell’amore che un nostro caro ci donava in una ricorrenza tanto importante.
Già, l’amore.

Quello di un padre verso i propri figli o quello di un nonno verso i propri nipoti. Entrambi molto intensi, per carità, ma mentre un genitore ha il dovere di educare le sue creature, un nonno ha il diritto di viziare le generazioni future.

Vincenzo sembrava disegnato a matita, le sue rughe parevano tratteggiate da colori a pastello molto vivi. Le fossette intorno agli occhi ipotizzavano una giovinezza ormai andata, le gote pronunciate facevano da contorno ad un naso tondeggiante, rosso, allegro e rassicurante. Un piccolo grande Babbo Natale, insomma.
Gli avrò chiesto un paio di volte quanti anni avesse, ma lui non lo ricordava più. La sua età, però, la si poteva facilmente dedurre dai racconti bellici che ogni pomeriggio mi tenevano incollato alla sedia della sua veranda. Il bastone aveva preso il posto della carabina usata durante la Prima Guerra Mondiale, un sostegno per la vecchiaia che riusciva a malapena a tenere fra le mani.

Vincenzo non aveva l’anulare, aveva deciso di amputarselo per non arruolarsi nuovamente nell’esercito durante la seconda grande guerra. Così portava la fede sempre in tasca, accompagnata da una foto di sua moglie, una donna che aveva sempre amato e mai dimenticato. Un disertore della patria con l’animo gentile, un uomo che celebrava le festività regalando, a chi gli voleva davvero bene, sempre la stessa cosa: una lavatrice.
Non mi spiegò mai la ragione di questo gesto, ma mi piace pensare che il suo intento fosse quello di lavar via le scorie di una vita difficile, smacchiata dalla bontà di un uomo a cui Dio, sono certo, ha consegnato le chiavi del Paradiso.

E Vincenzo il Paradiso lo ha raggiunto proprio in una notte di Natale di qualche anno fa, a bordo di una slitta, partito dalla Lapponia con un carico di lavatrici.

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Miky Di Corato
Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.

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