La storia del pover’uomo legato e messo alla berlina da un gruppo di malnati toglie il fiato. Eppure non spezza l’indifferenza nella maggioranza, lasciando ai soliti pochi uomini di buona volontà il compito di capire, almeno capire. Perché quando il danno è fatto – come nel caso nostro – non rimane che indignarsi e capire. La vittima di questa stupida ferocia assume, come in un circo, il ruolo di un animale da maltrattare per fare divertire il pubblico. Ora non credo che la gente si sia divertita, oltre ai tre o quattro delinquentelli.

Magari la gente ha avuto un moto di rabbia, ha invocato pene severe, ha maledetto i genitori dei responsabili. Poi si è messa alle spalle le immagini e i fatti. Non è bello, ma succede. Può succedere anche alle persone migliori. Ci mettiamo in pace con la coscienza. In fondo, che cos’è un pover’uomo legato a un albero e dileggiato, al confronto del giornalista decapitato e filmato, o di quell’altro chiuso in una gabbia e bruciato vivo? Gli autori di quei trucidi massacri sono terroristi, i ragazzi di Andria sono solo stronzetti viziati.

La TV e FB ci hanno abituato a questo ed altro.

Ecco, forse bisogna ripartire da qui: dall’assuefazione all’orrore in dosi sempre più massicce che ci arrivano dalla rete. Come la droga, una volta che il livello di dipendenza sale, non torna più a valori sostenibili. In fondo, i tre ragazzi pensavano di organizzare uno scherzo un po’ pesante. Rispetto a quello che vedono, sono certi di aver giocato, come una volta si faceva con lo scemo del paese. Non si rendono neanche conto del male fatto, perché nessuno ha mai spiegato loro il rispetto per l’essere umano. Rispetto assoluto, quale che sia la condizione di quell’Essere, con la maiuscola.

E chi dovrebbe spiegare ai ragazzi la condizione principale per stare nel consesso umano? La famiglia e la scuola. Si verifica questa condizione? Penso che si verifichi in pochi casi, e che i ragazzi, nella maggioranza dei casi, siano abbandonati a sé stessi. Se l’educazione ce l’aspettiamo dal caso, un po’ come capita, non ci sarà rimedio. Sarà sempre peggio.

Ma attenzione. La mia non è una posizione “benoltrista”. Nel senso che non ho alcuna intenzione di giustificare gli stronzetti. Loro vanno puniti anche pesantemente, perché si sono macchiati di un reato e di un atto ignobile. Credo addirittura che ci vorrebbe un momento “correzionale” anche per i loro genitori. Ne guadagnerebbe l’idea che una società funziona se ognuno si assume seriamente le proprie responsabilità.

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Antonio Del Giudice
Pugliese errante, un po’ come Ulisse, Antonio del Giudice è nato ad Andria nel 1949. Ha oltre quattro decenni di giornalismo alle spalle e ha trascorso la sua vita tra Bari, Roma, Milano, Palermo, Mantova e Pescara, dove abita. Cominciando come collaboratore del Corriere dello Sport, ha lavorato a La Gazzetta del Mezzogiorno, Paese sera, La Repubblica, L’Ora, L’Unità, La Gazzetta di Mantova, Il Centro d’Abruzzo, La Domenica d’Abruzzo, ricoprendo tutti i ruoli, da cronista a direttore. Collabora con Blizquotidiano.  Dopo un libro-intervista ad Alex Zanotelli (1987), nel 2009 aveva pubblicato La Pasqua bassa (Edizioni San Paolo), un romanzo che racconta la nostra terra e la vita grama dei contadini nel secondo dopoguerra. L'ultimo suo romanzo, Buonasera, dottor Nisticò (ed. Noubs, pag.136, euro 12,00) è in libreria dal novembre 2014. A settembre scorso è stato pubblicato "La bambina russa ed altri racconti" (Solfanelli Tabula fati). Un libro di racconti in due parti. Sguardi di donna: sedici donne per sedici storie di vita. Povericristi: storie di strada raccolte negli angoli bui de nostri giorni.

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