“Io sono la giustizia davanti a me sono tutti uguali 

io sono la giustizia nei giorni dispari e in quelli pari 

e tu se sei un uomo dividi onore, amore, coraggio 

le tue leggi troppo spesso sono un vago miraggio 

non ingannare la tua coscienza della vita sei servitore 

chiamami ancora più forte mi troverai dentro il tuo cuore”

(Nomadi)

“Salve, sono la giustizia” è il titolo di un testo molto profondo dei Nomadi. Un groviglio di parole legate da una dolce armonia foriera, al tempo stesso, di una timida speranza: la giustizia umana che trionfa sull’altra, quella dei palazzoni di cemento popolati in molti casi da mummie imbalsamate e storpiata dalla deriva del fondamentalismo, del potere, della prepotenza praticata dal più forte in danno del più debole.

Giustizia umana quindi che conduce l’attento lettore, o meglio l’esploratore di storie umane, a cercare racconti di esistenze che, nonostante soprusi e becera violenza, trionfano perché protette dal vento inarrestabile portato dall’applicazione puntuale della legge.

Quel vento ha protetto Asia Bibi: una donna Pakistana condannata a morte per blasfemia, con l’accusa di aver offeso il profeta Maometto.

Più specificatamente, secondo le testimonianze dell’accusa, Asia dopo essere stata umiliata da altre lavoratrici stagionali di un frutteto, per aver bevuto un bicchiere dal pozzo a lei proibito in quanto “infedele cristiana” e quindi “impura”, si sarebbe difesa appellandosi alla sua fede: “Credo nella mia religione e in Gesù Cristo, morto sulla croce per i peccati dell’umanità. Cosa ha mai fatto il vostro profeta Maometto per salvare l’umanità?”.

Nel 2010 venne condannata a morte per blasfemia; successivamente, nel 2014, perse il ricorso dinanzi alla Corte di Lahore, capitale del Punjab, ma nel 2015 la Corte Suprema del Pakistan decise di fermare l’esecuzione dopo aver accettato di approfondire lo studio del suo fascicolo.

E da quel tardivo, ma essenziale approfondimento prendono forma le parole pronunciate da un magistrato onesto: “La pena di morte viene annullata. Asia Bibi è assolta da tutte le accuse“, ha detto il giudice Saqib Nisar leggendo il verdetto della Corte Suprema del Pakistan.  Nisar, ora minacciato di morte dagli islamisti, ha citato il Corano nella sua sentenza, scrivendo: “La tolleranza è il principio fondamentale dell’Islam” sottolineando, al contempo, che la religione condanna l’ingiustizia e l’oppressione.

“Non vedo l’ora di riabbracciare mia madre dopo nove anni e mezzo. Finalmente le nostre preghiere sono state ascoltate!” ha detto, con la voce rotta dall’emozione, Eisham Ashiq, la figlia minore dei cinque figli di Asia Bibi.

Dopo la notizia dell’assoluzione di Asia, i fondamentalisti islamici hanno messo in atto manifestazioni e campagne attraverso i social, contro l’assoluzione della “maledetta” donna, invocandone l’impiccagione e minacciando di morte i giudici e chiunque l’avesse difesa.

La violenza di pochi estremisti, costruttori di gabbie miranti ad imprigionare l’altrui libertà viene così spazzata via da quel vento virtuoso capace invece di annientare qualsivoglia infame oppressione: quel vento ostinato, nell’assicurare la vittoria della vita sulla morte.

Sì, perché la storia di Asia dovrebbe correre per il mondo e lasciare una scia di speranza: oltre la violenza, oltre le sbarre sgorga la lava, che è vita, ed attraverso i suoi colori vivaci polverizza il grigiore, così amato dai costruttori di paura: di morte.

Ecco che la giustizia trionfando accoglie nel suo ventre Asia e tutti quegli uomini e donne, che incapaci di genuflettersi, hanno in qualche modo lasciato orme indelebili nel loro cammino: orme di speranza. Orme che uniscono senza dividere: passi che prescindono dal colore della pelle, dalla nazione di origine, dalle peculiarità culturali: passi accompagnati da mani, tante mani, impegnate, con atti concreti, nel costruire una casa ricca di finestre dalle quali entra luce e da cui è possibile scorgere all’orizzonte un mondo più giusto.

Una casa dove oggi ci piace immaginare che riecheggino le parole pronunciate da un altro magistrato giusto, Paolo Borsellino, il quale auspicava che la lotta a qualsiasi forma di violenza diventasse innanzitutto un movimento culturale che abituasse tutti a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà.

Fontehttps://flic.kr/p/s7K3Jd
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Giuseppe Leonetti
Una famiglia dalle sane radici, una laurea in Giurisprudenza all’Università di Bologna, con una tesi su “Il fenomeno mafioso in Puglia”, l’esperienza di tutti i giorni che ti porta a misurarti con piccole e grandi criticità ... e allora ti vien quasi spontaneo prendere una penna (anzi: una tastiera) e buttare giù i tuoi pensieri. In realtà, non è solo questo: è bisogno di cultura. Perché la cultura abbatte gli stereotipi, stimola la curiosità, permettere di interagire con persone diverse: dal clochard al professionista, dallo studente all’anziano saggio. Vivendo nel capoluogo emiliano ho inevitabilmente mutato il mio modo di osservare il contesto sociale nel quale vivo; si potrebbe dire che ho “aperto gli occhi”. L’occhio è fondamentale: osserva, dà la stura alla riflessione e questa laddove all’azione. “Occhio!!!” è semplicemente il titolo della rubrica che mi appresto a curare, affidandomi al benevolo, spero, giudizio dei lettori. Cercherò di raccontare le sensazioni che provo ogni qualvolta incontro, nella mia città, occhi felici o delusi, occhi pieni di speranza o meno, occhi che donano o ricevono aiuto; occhi di chi applica quotidianamente le regole e di chi si limita semplicemente a parlare delle stesse; occhi di chi si sporca le mani e di chi invece osserva da una comoda poltrona. Un Occhio libero che osserva senza filtri e pregiudizi…

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