Verrà un giorno che ottocento nostri figli,  laureati e senza lavoro, prenderanno un aereo destinazione “altrove” per provare a sopravvivere ad una Italia che li ha messi al mondo e poi abbandonati tra leggi e governi che hanno preferito aiutare novecentomila migranti che hanno preso un barcone per cercare “altrove” quella fortuna che i loro Paesi hanno loro negato.

E non sarà per un pilota matto che li perderemo, ma magari qualche volo low cost si inabisserà in un mare ostile proprio di fronte alla terra fertile che li avrebbe accolti.

Li piangeremo e con un po’ di fortuna ce li rimborseranno e noi saremo disperati ma uniti nel dolore per aver perso per un incidente novecento giovani che scappavano via, con una valigia e molti sogni.

Qualcosa non torna.

La stampa, il web, il mondo intero racconterà di novecento figli di papà che avendo i soldi per un biglietto aereo e qualche calcio in culo stavano per rubare il lavoro ai giovani locali, diranno che se la sono cercata, che potevano fare i lavapiatti o i pizzaioli a casa loro, diranno che gli itaGliani sono brava gente ma sfaccendata, diranno che meglio novecento inabissati che novecento da collocare.

Inorridiremo e faremo messe solenni, funerali di Stato, medaglie ad un valore che è esclusivo solo per chi abbiamo partorito e non per chi cammina al nostro fianco.
Quale valore? Quali valori?

In un Paese che fa la fila per andare a vedere la Sindone ci sarebbe da organizzare una gita per vedere uno sbarco in Sicilia, per guardare negli occhi un bambino, solo, senza genitori al posto di un sudario.

Tornerà quel tempo che ci vedrà tutti di nuovo migranti.

Non esiste né un prima né un dopo né un altrove da cui immigrare.

Salvo dalle nostre coscienze.

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Laura Binello
Classe 1964, piemontese di Asti, legata affettivamente ed intellettualmente alla città di Andria. Sono un'infermiera che a bordo di una panda compie viaggi di cura e di relazioni umane utilizzando la narrazione come canale comunicativo e terapeutico. In un mondo sempre più frenetico e in una sanità sempre più medicalizzata la vera rivoluzione è prendersi tempo, il tempo della relazione, dell'aiuto, dell'ascolto, della condivisione. Scrivo per passione e per necessità. Ogni viaggio è un romanzo sulla punta delle dita, ogni storia è per me una pagina bianca su cui rielaborare un percorso di cura sia per la persona sofferente che per me stessa. Promuovo e sostengo nel quotidiano un modello di vita slow e nell'attività professionale adotto un modello sistemico di cura e relazione secondo la Slow Medicine.

1 COMMENTO

  1. […] Nella scuola d’italiano per stranieri in cui lavoro, quest’anno sono stati sottoposti agli studenti dei questionari per la rilevazione dei loro bisogni comunicativi. Stiamo parlando di una scuola con un’utenza fatta per lo più di studenti adulti, migranti, di ambo i sessi e delle più disparate nazionalità. Persone giunte in Italia, nei casi migliori, grazie al ricongiungimento famigliare, nei restanti casi, nei modi più fortunosi e rocamboleschi. […]

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