Nei giorni scorsi l’ ”Osservatore Romano” ha pubblicato un’inchiesta sulla condizione di molte suore al servizio di vescovi, cardinali e prelati…

La savana, sterminata distesa di possenti erbe gigantesche, interrotta qua e là da qualche baobab e gruppi di acacie, cinge di verde brillante ed inonda di profumi inebrianti, soprattutto dopo una pioggia, il villaggio di Buthara, dove Ana, un fringuello di donna, vive dalla nascita in una precaria capanna, fatta di paglia e fango.

Mangia, aiutandosi con le mani, in un’atmosfera di solidarietà e giustizia sociale, condividendo assieme a fratelli, sorelle, genitori, zie, zii, nonni lo scarso cibo, che a mala pena riempie lo stomaco. Legumi, farina di manioca, frutta, in particolare banane, anche da lessare e friggere, verdura e, sporadicamente, qualche animale da cortile.

Assiste, misericordiosa, il fratello, più piccolo di lei di alcuni anni, che si trascina faticosamente come una rana per lo sconnesso terreno, disseminato di pietre e rovi. Una malattia invalidante, dalla più tenera età, gli ha irrigidito gli arti inferiori, rinsecchitisi fino a mettere a nudo le forme della tibia, del perone e femore.

Più volte al giorno, col cercine in testa, reggendo un’anfora di terracotta, percorre accidentati sentieri inerbati. Occorre attingere acqua scaturente da una fonte, per dissetare persone care e macilente caprette.  Più di una volta ha corso il rischio di essere insidiata da maschi in calore, furtivamente addossati dietro la sporgenza di una rupe in aggetto. La prontezza dei suoi riflessi e l’energia dell’indomito corpo hanno fronteggiato egregiamente l’impari lotta, costringendo il turpe assalitore di turno a darsela a gambe levate.

Per lunghe ore, all’ ombra di un baobab, tritura col pestello in uno sbozzato mortaio di legno tuberi di manioca per ottenere la nutriente tapioca. Il ritmo cadenzato dei colpi incuriosisce animali predatori che rizzano le orecchie ed allarma ulteriormente gazzelle sempre in all’erta per non finire, sbranate, in fauci affamate.

Una volta alla settimana, in una pozza d’acqua gelida, generata, in una depressione del terreno, da un serpeggiante rigagnolo, lava i quattro stracci della numerosa famiglia. Si prodiga anche nello smacchiare la misera biancheria e logori indumenti di conoscenti, la cui avanzata età o gli acciacchi, sopraggiunti prima del tempo, impediscono di potervi provvedere personalmente. Ne riceve, in cambio, sorrisi di gratitudine che la ripagano oltre ogni misura, fortificandola nell’intendere con pienezza il senso della vita. Con un caldo abbraccio, salutando, ringrazia dell’opportunità offertale.

Sotto il sole rovente dell’equatore, tronca, anche, con l’affilato machete, l’invadente boscaglia, seminandovi poi nell’avaro terreno fagioli neri, ceci e frumento. Un faticoso lavoro che vede impegnati soprattutto maschi dal torace possente, voluminosi bicipiti e polpacci sodi.

Fatiche e sacrifici, immani, che temprano corpo e spirito, mentre cruente pratiche e costumi atavici, come l’infibulazione, orrenda mutilazione genitale femminile tentano di inficiare la dignità del corpo e dell’anima di ragazze, le cui urla, al momento del sacrilegio, gareggiano in intensità e durata con il ruggito di leoni e il barrito di elefanti imbizzarriti.

Trova anche il tempo di frequentare una scuola ricoperta da una tettoria metallica ed una scalcinata chiesa, costruite anni addietro da volontari italiani dell’associazione “Africa ‘70”, recatisi in Burundi per dare una mano nella loro terra a gente bisognosa, da tempo generosamente aiutata dai mitici missionari Comboniani.

È là, in rustici ambienti realizzati con pietre raccolte dagli indigeni, la domenica mattina, quando a piedi nudi raggiunge la chiesa per partecipare attivamente alla celebrazione eucaristica, che Ana si accultura e trova la forza, abbandonando la tradizionale religione animistica, di conoscere la figura, le opere e lo straordinario messaggio evangelico del Cristo. Fino a decidere fieramente di farsi suora, nonostante la tenace opposizione dei maschi della famiglia.

Un inestinguibile fervore religioso anima la vita della splendida ragazza, una giusta. Allegra e spensierata, dagli occhi vividamente curiosi, consacratasi da poco a Dio. La voluttà di emulare Madre Teresa di Calcutta le procura un incontenibile fremito di gioia. Struggente è l’anelito che spira dalle fibre più riposte della sua anima per un percorso di emancipazione, personale e sociale, mentre il desiderio di approfondire i suoi leggiadri studi teologici la ammalia. Intensamente. Profumatamente.

La reclama, la gerarchia ecclesiastica di Roma, quella retriva. Accantonando viscidamente la stucchevole retorica di facciata, esprime cinicamente il bisogno di manovalanza a basso prezzo. Docile, remissiva, servizievole, reclutabile gratuitamente, dall’Africa nera, dall’Asia e dall’America Latina.

Lei si illude, vanamente, che le venga riconosciuto il diritto di riversare verso gli emarginati l’amore traboccante del suo cuore, di consolare gli afflitti, di condividerne il dolore, di soccorrere i deboli, senza risparmiarsi in energie e carezze.

L’umile valigia, tenuta insieme da un giro di spago sfilacciato, l’aspetta nello spiazzo antistante la capanna, addossata al voluminoso tronco di un baobab. Una sgargiante ghirlanda di parenti, amici e conoscenti, l’assedia, agitando festosamente le mani sporche di terra, lordate dai liquami di una discarica a cielo aperto, dove confluiscono i rifiuti della capitale Bujumbura.

Le lacrime rigano, copiose, il nero volto, candido. Potrà mai riabbracciare la sua selvaggia Africa, la sua mite gente, uno dei popoli più poveri della Terra, insediatosi da tempi ancestrali nel Burundi, paese tormentato e vessato spietatamente da guerre intestine delle etnie Hutu, Vatussi e Pigmei della foresta equatoriale, carestie, analfabetismo, miseria e malattie endemiche?

Decolla da Bujumbura, alla ricerca del riscatto. Ultima occasione propizia, quella dettata dalla disperazione, innervata da un tenue filo di speranza. In qualche modo, però, senza avvedersene, l’opzione maturata si inserisce nel percorso di deprivare ulteriormente la propria terra di una vitale e generosa risorsa umana.

All’aeroporto di Fiumicino, sventolando una bandierina gialla, l’attende, una consorella, minuscola come lei, forte per costituzione fisica e coscienza morale, alimentate da solida fede religiosa. Ampio il sorriso di ambedue, come l’arco del sole dell’equatore. Persino commovente. Tenero e caldo, l’avvolgente abbraccio.  Imponente e repulsiva, invece, la scalinata di marmo di Carrara, che porta all’appartamento del vescovo. Un uomo potente della Roma che conta.

Si ferma per un attimo, Ana, perplessa e pensierosa su un pianerottolo. Non per stanchezza. L’abbagliante splendore degli stucchi e degli affreschi che decorano le pareti stride con la semplicità della sua anima. Un brivido scuote la sua testa, da cui dipartono crespi capelli neri. Una perplessità si insinua tra le sue riflessioni, avvezze a lambire i picchi della teologia della liberazione fino allo spasimo, fino alle lacrime. Il fringuello comincia a trasfigurarsi in una cerbiatta incappata in una tagliola umana.

Il pensiero ed il cuore, come se ricevessero una gragnuola di pugni, indietreggiano, scalpitano, si impennano ed infine si rifugiano nell’oasi prediletta della sua vita. In un baleno si ritrovano, infatti, nella ruvida ed acuminata parete circolare della capanna, dove gli spifferi, nelle freddi notti equatoriali, fanno rabbrividire i corpi, ed una nuvola di fumo impenetrabile riesce a dileguare misere cose e fragili persone, durante la scoppiettante cottura dei cibi. Si rasserenano, e l’inquietudine, momentaneamente, si dirada.

Incredula, stralunando gli occhi, mette timidamente piede nel lussuoso appartamento arcivescovile. Molto alta la volta, baroccamente decorata di amorini e ninfe lascive. Impreziosito di marmi pregiati il pavimento. Lungo le pareti pendono sontuosi arazzi. Da intarsiati mobili antichi e specchi, dalle cornici dorate, su cui si riflettono lontani campanili e guglie, saettano guizzi di luce desiderosi di fare la conoscenza con le fattezze, l’umore e l’anima della giovane ospite dal naso leggermente camuso e le labbra turgide.

Ana teme che gli occhi, sbarrati per lo sgomento, abbiano le traveggole. Incredula, con la bocca appena dischiusa, scruta a volo di rondine la regale dimora. La sua mente, frastornata e sconcertata, corre alla misera stalla dove nacque oltre duemila anni addietro un piccino che da adulto avrebbe avuto l’ardire di predicare a gran voce la solidarietà e la fratellanza di tutti gli uomini. Senza distinzione di razza, di genere, di condizione economica, sociale e culturale.

La suora, venuta dall’altopiano del Burundi, è stata destinata da tempo al servizio di un vescovo potente. Lei ne viene a conoscenza solo quando mette piede nella capitale italiana e familiarizza con la consorella arrivata all’aeroporto per prelevarla.

Molti la invidierebbero per la contiguità quotidiana e l’eventuale familiarità con un personaggio religioso che ricopre un ruolo apicale nella gerarchia ecclesiastica. Tante si industrierebbero, ricorrendo a pratiche moralmente indecorose, per ottenere di vivere in un attico confortevole, in un contesto sociale e religioso di altissimo prestigio. Formale.

I parenti più stretti, assediati da un’atavica miseria, vedrebbero, nella sua trasferta in un palazzo prestigioso, vicino a persone illustri, emancipazione, riscatto sociale e prebende, trascurando il prezzo altissimo che la giovane donna dovrebbe versare per la perdita dell’identità e della serenità.

Presto, Ana si sentirà soffocare nella sua dignità di donna, al servizio di un personaggio eminente, ed i morsi dell’umiliazione affonderanno famelici nelle pieghe delle sue autentiche aspirazioni religiose, ideali e culturali. Ma obbedisce compuntamente all’autorità,- così le è stato insegnato di fare. Purtroppo, non ha avuto modo di conoscere le profetiche parole di don Lorenzo Milani quando rivolgendosi ai giovani arriva a dire “che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni.”

All’alba, le due consorelle aprono gli scuri ed ammirano dall’alto dell’attico la selva di tetti ancora immersi nel sonno o indaffarati nel fare all’amore. Lunghe teorie di macchine con i fari accesi fendono veloci l’oscurità della notte per raggiungere fabbriche, officine, negozi, uffici, botteghe, ospedali e scuole.

Nel frattempo, gli inginocchiatoi, fasciati da un morbido tessuto di raso rosso, pazienti, aspettano che le due giovani sbrighino la cura del corpo e consumino una sobria colazione, prima di dedicarsi alle preghiere mattutine. Anche gli oggetti manifestano di possedere un’anima quando i fruitori vivono con autenticità, incardinando la propria vita sulla coerenza dei valori e dell’azione.

Amina, di qualche anno più grande, timidamente, dispone il da farsi, ed Ana esegue con diligenza. Un saldo sodalizio tra di loro si è cementato nell’arco di poche ore, affondando le radici nelle profonde esigenze religiose, nei tratti gentili dei caratteri e nel temprante crogiolo della dura esperienza di vita.

Viene preparata un’abbondante colazione per il corpulento porporato, servita nell’ampio salone dove troneggia un lungo tavolo, dalla tovaglia finemente ricamata, assiepato da mastodontiche sedie, dall’alto schienale, divenute tronfie a furia di vivere in un ambiente tossico. Si provvede a mettere a disposizione del monsignore anche l’”Osservatore Romano”, l’”Avvenire” e “Famiglia Cristiana”. Ma a che gli serve?

Alto, grassoccio, capelli impomatati, mani che non hanno mai lavorato, unghie curatissime, viso levigato e fragrante. Una cicatrice gli deturpa lievemente la fronte. La sua testa si volge con sicumera verso il basso, quando saluta la nuova suora, da lui percepita unicamente come inserviente, una diseredata da opprimere. Senza ritegno. Le chiede solo il nome, per chiamarla all’occorrenza. Null’altro le importa. In fondo Ana non ha da lamentarsi, alle sedie non rivolge neanche la parola e non chiede come si chiamano.

Un senso di profonda solitudine e di distacco umano si riverbera nell’aria. Che diventa mefitica. Fetida. Si allarma la piccola suora, ma si consola presto rifugiandosi nella speranza che la relazione interpersonale migliori con il tempo. Le è naturale proiettare negli altri la sua sensibilità, e spesso i fatti la deludono.

Su indicazione del prelato, Ana preleva dall’armadio gli indumenti che in giornata lui dovrà indossare e lo aiuta nell’avvolgersi. Lui lascia fare. Deve essergli visceralmente difficile pronunciare la parola “grazie”.

Vengono spalancate le finestre che invitano l’aria fresca ad accomodarsi senza titubanza, ma i miasmi di stantio faticano ad abbandonare l’ambiente inzuppato come una spugna di putridume umano. Si rassettano le varie stanze. È la volta, poi, di raggiungere quella adibita a lavanderia per lavare, sciorinare e stirare. Senza sosta. Senza uno sguardo dolce. Senza una parola affettuosa di incoraggiamento o di ringraziamento. Tutto è dovuto. In certi orizzonti angusti, non solo non esiste la prospettiva del dono disinteressato, ma neanche la cifra della reciprocità.

Si avvicina l’ora del pranzo. Arrivano ospiti, oggi. Fortunatamente, a differenza di altri giorni, non sono numerosi. Occorre organizzarsi e distribuirsi equamente le varie incombenze per soddisfare le esigenze del porporato. Ana provvede all’acquisto di alimenti di alta qualità in un vicino supermercato, Amina, invece, indaffaratissima, paonazza, è alle prese con fornelli, pentole, tegami, graticole, sughi, involtini, prosciutti, braciole, fritture, crostacei, avocado, manghi, ananas, litchi, durian, feijoa.

Neanche un attimo di tregua. Quando il languorino agli stomaci delle due suorine si fa pressante, trangugiano in cucina sommari bocconi, continuando a servire con un andirivieni sollecito le varie portate sulla mensa, deliziosamente adornata, ai raffinati convitati tuffati anima e corpo nel cibo e nei bicchieri dei vini di annate particolari.

Tutte le volte che le due colf si affacciano nella sala, i commensali si zittiscono, per riprendere, poi, a ridere, cantare e fare lascive battute, una volta rimasti soli. Non mancano apprezzamenti pesanti nei confronti delle due umili suore, viste come femmine, che arrivano senza pudore alle orecchie nauseate delle religiose.

Gli ospiti, infine, appesantiti dal trimalchionico convivio, accompagnati dall’anfitrione alquanto alticcio, raggiungono l’ascensore. Il vescovo, sulla cui camicia si pavoneggia una chiazza tendente al rubino, ciondolante, si rintana nella stanza da letto, lasciandosi cadere pesantemente sul soffice materasso, per schiacciare un rumoroso pisolino postprandiale.

Sono giovani Anna e Amina, gradevoli di aspetto, forti per costituzione fisica e per tempra, ma accenni di stanchezza cominciano a fare capolino. L’andatura, infatti, non è più leggera ed i piedi si trascinano stancamente. Si guardano intorno, hanno da sparecchiare, lavare ed asciugare posate, bicchieri, stoviglie e sistemarle nei vari scomparti dei mobili della cucina. Bisogna poi riordinare la stanza la pranzo.

Si concedono, però, ammiccando con gli sguardi ad un invitante divano, una breve pausa, mentre il televisore starnazza senza che nessuna delle due gli dia retta. Avevano rovistato tra i vari canali, alla ricerca di una valido servizio culturale o informativo, ma rinvengono solo demenziali trasmissioni culinarie, corresponsabili della profusione di patologie dilaganti.

Coglie l’occasione, Amina, per fare raccomandazioni ad Ana, rammentandole anche che rimarrà con lei solo pochi giorni. Dal momento della sua partenza in poi, dovrà provvedere da sola a tutte le incombenze casalinghe, ad accudire alle esigenze del prelato, nei confronti del quale occorre avere sempre un atteggiamento riverente ed ossequioso, per l’alto rango. Avvicinandosi all’orecchio, per sdrammatizzare, le rivela una confidenza: “Non è un soggetto terribilmente malvagio, solo… alquanto eccentrico e distratto, dall’ego ipertrofico, incurante di ogni forma di vita, umana o animale.” Ana ride di cuore, capendo l’antifona ironica.

È pesante, la vita che aspetta l’amica Ana, e magra di gratificazioni. Lo sa per esperienza diretta, Amina. Lei dovrà presto sottoporsi ad un serio intervento chirurgico al fegato, ammalatosi probabilmente per tutta la bile assunta quotidianamente. Dopo, dovrà rimanere nel periodo di convalescenza tra i vecchi genitori, in una sperduta località del Ruanda.

Le riferisce che nessun compenso finanziario le verrà conferito. L’amarezza si dipinge sul viso di Ana, che sperava di poter, raggranellando risparmi, assistere economicamente la madre affetta da una patologia degenerativa. Ascolta sgomenta e scuote la testa, incredula. I suoi sogni vacillano ulteriormente. Non intravede margini di tempo per lo studio e le opere caritatevoli a diretto contatto degli oppressi e diseredati. Le toccherà sottostare ai soprusi e soperchierie di un privilegiato oppressore, ammantato da una ingannevole aureola religiosa.

Fino alla sera gli impegni lavorativi, numerosi, saranno assorbenti. Dopo le orazioni, il letto, pietoso, accoglierà le due lavoratrici, sfruttate, con la loro umile accondiscendenza, da chi detiene altezzosamente potere religioso ed anche finanziario, in spregio ai valori cristiani.

La profonda fede religiosa non le abbandona. Nutrono in cuor loro la recondita speranza che il giorno seguente sia diverso da quello precedente. Così rintoccano le pesanti ore dei lunghi giorni, mesi ed anni, risuonando a vuoto, senza che nulla cambi nella vita degli umili.

Per vent’anni dal giorno in cui Ana ha messo piede in Italia, giorno per giorno, i suoi ideali vengono messi a dura prova, fino a sbriciolarsi del tutto sotto i suoi occhi. Non per inettitudine personale o neghittosità. Esclusivamente per sfrontatezza e prevaricazione di chi nomina vanamente parole di amore verso il prossimo.

Sulla sua dignità di persona, unica, ha il sopravvento il ruolo di serva, di sguattera, di straccio umano. Emarginata socialmente. Umiliata economicamente. Deprivata culturalmente. Destrutturata nella sua identità umana e religiosa. Offesa e vilipesa in mille occasioni da un burocrate della Chiesa. Uno dei tanti.

Col tempo, le continue frustrazioni danno il benvenuto alla depressione, ed il ricorso ad ansiolitici e sonniferi prende il sopravvento. Il corpo manda segnali allarmanti, Ana si accorge che il serbatoio delle sue forze si sta esaurendo. È profondamente sfiduciata. Delusa. Non sa a chi confidare i suoi patemi, la profonda sofferenza, l’amarezza di vivere un’esistenza inutile. Forse nessuno la capirebbe, come le è successo, quando, aprendo il suo cuore al padre spirituale, il pavido sacerdote si è limitato a stringersi nelle spalle. Si convince, così che sono molte le complicità e le indifferenze di tanti che sanno, vedono, ascoltano e tacciono. Peggio delle scimmiette africane fatte con la corteccia della noce di cocco.

Una sera, cupa e piovosa, l’angosciata donna, emaciata nel viso, tremante, pesantemente appoggiata alla mensola di una finestra, guarda nostalgicamente la luna. Che in contemporanea illumina l’affollata radura del suo villaggio natio, dove una densa nuvola veleggia tenebrosa sul baobab. Le palpebre si chiudono, e si accascia al suolo.

Nessuno nella cristiana Roma ne raccoglie il tonfo. Gli assordanti rumori della frenetica civiltà dei consumi coprono sempre il delicato atterrare di rossi petali di rosa. E nessuno si sente responsabile, la colpa è sempre di altri.

A notte inoltrata, il prelato, accompagnato da un codazzo di gente chiassosa, suona il campanello. Ripetutamente. Freneticamente. Nessuno apre. Adirato, infila la chiave nella toppa e fa irruzione nel suo attico.  Vagando, urla a gran voce “Aaana… Aaaana… Aaaaana”. Perché appronti da mangiare per l’intera compagnia! Ma nessuno risponde. Allora, sbraita e ringhia, inascoltato. La rabbia gli altera le fattezze del viso. Dello stesso purpureo colore dell’emisferico zucchetto. Concitato all’inverosimile. Game over, il gioco, atroce, è finito.

La marmaglia, intanto, sciama per l’appartamento. Sghignazzando e commentando le scene lubriche degli arazzi. All’improvviso, una giovane donna sgrana gli occhi. Rimane immobile, ed un urlo disperato fende l’aria, quando intravede nell’oscurità un corpo femminile riverso per terra. Esanime. Schiantata! Si è finito di infierire. Ora un’altra?

Ana è un personaggio dell’immaginazione, che attinge copiosamente il suo profilo umano, le vicissitudini e la profonda frustrazione dalla realtà quotidiana che vede soccombere ogni giorno numerose religiose sotto la sferza dell’arroganza, dell’indifferenza, dell’ipocrisia, dello sfruttamento da parte di vescovi e cardinali. Non di tutti naturalmente. Grazie al Cielo!

Coraggiosamente, nei giorni scorsi l’”Osservatore Romano” raccogliendo le voci di un’inchiesta relativa alla condizione di molte suore al servizio di vescovi, cardinali e prelati ha informato l’opinione pubblica. Dai commenti tracima un moto di indignazione.

Rimarranno, ora, indifferenti le tante persone di buona volontà che militano nell’istituzione religiosa o aderiranno al grido silenzioso di dolore e sofferenza che si leva da umili suore sfruttate all’inverosimile da caporali della Chiesa di Cristo?

Sarà affrontata seriamente, dopo duemila anni, la questione femminile, sempre temuta, esclusivamente per ragioni di potere, da una Chiesa cattolica ancora succube dello strapotere dei maschi?

Alla donna impegnata con abnegazione nella struttura religiosa verrà riconosciuta, finalmente, pari dignità nella liturgia e nei luoghi delle decisioni, fino al riconoscimento del diritto di poter ascendere al soglio pontificio?

FonteNella foto: suor Marie Claire, assassinata in Congo. Si batteva per i diritti delle donne
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Domenico Dalba
Percorso scolastico. Scuola media. Liceo classico. Laurea in storia e filosofia. I primi anni furono difficili perché la mia lingua madre era il dialetto. Poi, pian piano imparai ad avere dimestichezza con l’italiano. Che ho insegnato per quarant’anni. Con passione. Facendo comprendere ai mieli alunni l’importanza del conoscere bene la propria lingua. “Per capire e difendersi”, come diceva don Milani. Attività sociali. Frequenza sociale attiva nella parrocchia. Servizio civile in una bibliotechina di quartiere, in un ospedale psichiatrico, in Germania ed in Africa, nel Burundi, per costruire una scuola. Professione. Ora in pensione, per anni docente di lettere in una scuola media. Tra le mille iniziative mi vengono in mente: Le attività teatrali. L’insegnamento della dizione. La realizzazione di giardini nell’ambito della scuola. Murales tendine dipinte e piante ornamentali in classe. L’applicazione di targhette esplicative a tutti gli alberi dei giardini pubblici della stazione di Barletta. Escursioni nel territorio, un giorno alla settimana. Produzione di compostaggio, con rifiuti organici portati dagli alunni. Uso massivo delle mappe concettuali. Valutazione dei docenti della classe da parte di alunni e genitori. Denuncia alla procura della repubblica per due presidi, inclini ad una gestione privatistica della scuola. Passioni: fotografia, pesca subacquea, nuotate chilometriche, trekking, zappettare, cogliere fichi e distribuirli agli amici, tinteggiare, armeggiare con la cazzuola, giocherellare con i cavi elettrici, coltivare le amicizie, dilettarmi con la penna, partecipare alle iniziative del Movimento 5 stelle. Coniugato. Mia moglie, Angela, mi attribuisce mille difetti. Forse ha ragione. Aspiro ad una vita sinceramente più etica.