Tra le tante possibilità e sorprese che la nostra mente ci riserva, lo studio della memoria non ha mai smesso di affascinare medici, studiosi e ricercatori di tutti i tempi.

Tendiamo a dare per scontata questa preziosa compagna di vita, ma bisogna riconoscere che le dobbiamo davvero tanto: è lei che ci consente di ricordare i nostri momenti più felici o la lezione di filosofia studiata ieri pomeriggio, di riconoscere i volti dei nostri amici o la strada che porta a casa e perfino di allacciarci le scarpe ogni mattina; ma, a volte, purtroppo, questo idillio sembra finire ed è così che entra in scena una delle patologie che più stanno caratterizzando il nostro tempo: la malattia di Alzheimer.
Si tratta di una patologia che porta a un lento, inesorabile declino cognitivo, minando le facoltà mentali del paziente dalla radice e costringendolo alla totale dipendenza dalle cure dei propri cari.
Un’aura di mistero da più di un secolo circonda questa complessa quanto affascinante malattia e, anche se ”l’asso nella manica” della biologia molecolare sta portando a importanti risultati nella comprensione di questa e altre condizioni, la nebbia sembra talvolta infittirsi, soprattutto quando emergono collegamenti tra l’Alzheimer e altre patologie o semplicemente correlazioni con il contesto in cui ci troviamo a vivere.

Non si tratta certamente di una spiegazione precisa né esaustiva, ma provate a seguirla: ciò che sappiamo per certo è che una proteina denominata APP (Amyloid Precursor Protein), dalla funzione ancora ignota, viene clivata (cioè tagliata) da alcuni enzimi noti come secretasi (ve ne sono diverse: alfa, beta, gamma-secretasi) e, a seconda che il taglio venga effettuato da uno o dall’altro membro della famiglia di enzimi, si può produrre o no un frammento chiamato “amiloidogenico”, proprio per la sua capacità di accumularsi formando delle vere e proprie placche insolubili di amiloide, reperto caratteristico anche se non esclusivo dell’Alzheimer, che si presenta insieme ad altre alterazioni istologiche e anatomo-patologiche.
Dato che APP è codificata sul cromosoma 21, i soggetti con trisomia 21 (la cosiddetta sindrome di Down), sono a rischio per lo sviluppo di forme precoci di Alzheimer, che compaiono prima dei 60 anni e riguardano in realtà soltanto il 5% dei casi. A rischio per la forma precoce della patologia sono anche soggetti con mutazioni della presenilina (una “parte” della gamma-secretasi) o della stessa APP.

Nel 95% dei casi la patologia è però sporadica e in questo caso fattori di rischio (badate bene, un fattore di rischio rimane un fattore di rischio, non va sottovalutato, ma allo stesso tempo non è una condanna. Quindi niente allarmismi!) sono considerati polimorfismi (sono varianti geniche che compaiono in almeno l’1% della popolazione) del gene che codifica per una proteina chiamata ApoE, la quale è coinvolta nel trasporto del colesterolo a livello cerebrale, oltre a numerosi polimorfismi presenti in altri geni.

Tuttavia, la scoperta più inaspettata è stata quella del legame dell’Alzheimer con le condizioni di vita, soprattutto nella prima infanzia. Sembrerebbe, infatti, che essere esposti al pericolo e vivere in circostanze difficili (“early-life stress”), quali possono essere quelle di un conflitto, porti a un maggior rischio in età infantile, di iposviluppare strutture come l’ippocampo, fondamentale nei circuiti mnesici e, in età adulta, a un deterioramento nelle stesse aree, cosa che potrebbe correlare con la comparsa di disturbi cognitivi come l’Alzheimer.
Pare, infatti, che questi soggetti producano livelli elevati di catecolamine e cortisolo, ormoni che normalmente sono prodotti nel corso della risposta allo stress, ma che in questo caso vengono prodotti in eccesso, producendo una risposta non funzionale all’adattamento che, a lungo andare, crea danni al sistema nervoso così come a quello cardiovascolare, immunitario e al tessuto adiposo.
Si è compreso come, una volta “passata la bufera” e tornate a vivere in condizioni non così estreme, queste persone continuino a produrre delle risposte allo stress esagerate, un po’ come se ogni volta che si dovesse rispondere a una domanda di un professore si mettesse in moto un meccanismo degno di ciò che potrebbe esigere la gestione del panico durante un attacco aereo!
Certamente, i bambini che vivono in queste difficili condizioni mostrano una capacità di resistere alle avversità (resilienza) fuori dal comune, ma allo stesso tempo, la loro salute potrebbe seriamente risentire di queste forti sollecitazioni fisiche e soprattutto emotive.
Non dimentichiamo che tra gli altri fattori di rischio c’è anche il grado di istruzione e il livello di attività mentale del soggetto: chi ha raggiunto alti livelli di istruzione e mantiene “allenato” il cervello avrebbe infatti delle arborizzazioni dendritiche (serie di prolungamenti che si espandono a partire dai neuroni) più estese, più sviluppate. Ci vuole poco a immaginare come condizioni disagiate di vita ostacolino anche la possibilità di ricevere una giusta scolarizzazione e di dedicarsi ad attività diverse da quelle strettamente necessarie per la sopravvivenza.
Quindi, se lottate per un mondo migliore e affinché tutti possano vivere in un clima di pace e serenità, da oggi potete orgogliosamente vantare una base scientifica a sostegno delle vostre idee!

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Federica Fatone
Da riservata adolescente con il pallino della ricerca, decido tre anni fa di intraprendere lo studio della Medicina e ufficializzare la mia (ormai più che ventennale) esperienza di eterna innamorata della Natura e dei suoi intricati e sorprendenti meccanismi. Tuttavia, gli interessi scientifici hanno dovuto imparare ben presto a convivere con il mio 'cuore d'artista': nel (poco) tempo libero cerco di coltivare la mia passione per la pittura, la musica e il disegno. Adesso vivo a Roma, ma mi piace tornare nella mia bella Andria quando ho voglia di sentirmi in un posto speciale: semplicemente a casa!

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