Dove le tombe di pietra di tanti innocenti, mute, continuano ad ammonire uomini dell’intero mondo, distratto

Infagottato, qualche pedone cammina frettolosamente a testa bassa sul marciapiede, pochi i veicoli in circolazione, quando un pulmino semivuoto si lascia alle spalle Barletta, città fiera di aver auscultato i primi palpiti ed i vagiti dell’antifascista Paolo Ricci, pittore e scrittore, amico di Hikmet, Neruda, Edoardo de Filippo, Viviani, Pratolini, Dario Fo, Togliatti e… della pace.

Ce la mette tutta Roberto Tarantino, presidente dell’Associazione Partigiani d’Italia, nella Bat, da sempre in trincea per l’emancipazione culturale, politica ed umana di sé stesso, di giovani ed adulti, a riempire il pullman, ma solo poco più che le dita di due mani, rispondono all’appello.

Roma benedice con la pioggia. Ecco Via Rasella. Dodici chili di tritolo, nascosti in un carrettino d’immondizia, esplodono il 23 marzo 1944. Un boato, una strage.  Una Compagnia di SS, pezzi di carne da macello. Pozzanghere di sangue umano. A molti chilometri di distanza, fiumi di lacrime di genitori, mogli, figli, sorelle e amici tedeschi, condoglianze in tutte le lingue di gente compartecipe al dolore per senso di umanità.

Si continua a percepire nell’aria puzza di polvere da sparo mescolata ai miasmi degli stupefacenti, delle nefandezze politiche e dell’anestetizzante consumismo, se le narici sono sensibili, il cuore palpita e l’intelligenza è viva.

I corpi dilaniati appartengono a carnefici, diventati in un attimo vittime. Gli autentici responsabili dell’eccidio, i mandanti, però, non sono loro, né gli antifascisti, ma i pianificatori della guerra, colletti bianchi, guerrafondai, latifondi, banche, aziende di armi. Da attici, vicini e lontani, brindano o esecrano in base alle divise. Colpe, non minime, gravano anche sulle coscienze di quanti provvedono a vangare esclusivamente l’aiuola personale e familiare. Filiera conseguente… fame, privazioni, lutti, rastrellamenti, agguati, rappresaglie, bombardamenti, saccheggi, stupri, lager.

Quattro passi a piedi sotto il clangore della pioggia, Via Tasso, Museo della Liberazione. Locali del giallo edificio, al tempo dell’occupazione di Roma, adibiti ad uffici e carceri delle SS, sotto il comando del famigerato ten. col. Herbert Kappler. Migliaia di persone, detenute e torturate. Molte, poi, destinate al carcere di Regina Coeli, alla deportazione, alle Fosse Ardeatine.

“Botte, botte, botte,” una delle tante scritte, graffiata con dignitosa fierezza sulla parete di una minuscola cella priva di luce ed aria. Finestre murate. Le urla di gente a cui vengono strappate le unghie delle mani e dei piedi non devono arrivare nella strada.

Stracci di divise, intrise di atroci privazioni e sogni di libertà. Ordinanze e comunicati delle autorità nazifasciste. Armi e munizioni. “Manca il pane, la pasta, l’olio, persino la verdura, vogliamo mangiare” in un minuscolo manifesto. Volti di donne e uomini del popolo, autentico.  Teresa Gullace, cioè Pina, l’eroina del film di Rossellini “Roma, città aperta”, e Giuseppe Montezemolo. Gioacchino Gesmundo e Don Pietro Pappagallo, di Terlizzi, eredi politici dei briganti del Mezzogiorno. Si schierano contro le prevaricazioni degli oppressori tedeschi e dei fascisti italiani.

Modestino De Angelis, (alle sue spalle la fotografia di Gerardo suo padre, regista cinematografico, ucciso alle Fosse ardeatine) con altri volontari evoca persone ed azioni di inaudita violenza e grande coraggio. Voce tremula, espressione contrita, occhi lucidi. Corale la stretta al cuore.

Qualcuno sommessamente sussurra alle sensibili orecchie delle vittime: “Vi siete immolati perché noi, vostri figli e nipoti potessimo essere liberi. Grazie.” Vi è anche chi, scuotendo la bianca chioma, commenta: “È stato vano il vostro sacrificio, noi uomini non abbiamo imparato nulla.  Le Fosse Ardeatine di oggi si trovano in fondo al Mediterraneo, nella precarietà dei lavoratori, nella devastazione della natura.”

A strattonare coscienze e cuori, Luciana Romoli, la mitica staffetta “Luce”, vegliarda di 89 anni. Appena nata, oltre al latte, succhia avidamente dal seno materno la bellezza della politica, finestra, spalancata sui diritti, sui sogni della gente, che incita ad agire.

Bimbetta di pochi anni, si rifiuta di trascrivere frasi adulatorie per il dittatore. Grondano, sangue ed inchiostro dal volto tumefatto di una amichetta per il corale, coraggioso rifiuto. Contemporaneamente, duemila esimi uomini di scienza e cultura dell’Università, (solo dodici, tra cui Gaetano Salvemini, urlano “NO!” e vengono perseguitati) devotamente si inginocchiano ai piedi del tiranno e gli giurano fedeltà.

Piccola staffetta partigiana, incurante dei pericoli, veicola messaggi, chiodi a quattro punte, munizioni ed… incitamento. Mentre i partigiani guidano la resistenza contro i fascisti che per un ventennio tappano bocche, affamano corpi, devastano cuori, censurano idee, sopprimono orizzonti.  Un fiume in piena, gorgogliante di biancheggianti creste di eroismo, tracimante sdegno contro la delazione, la disperazione, la miseria, l’arricchimento di pochi, la devastazione della natura.

I pellegrini, bocche socchiuse e sguardi rapiti, tutti su di lei. Isabella di scatto si alza, la raggiunge e le imprime uno schioccante bacio sulla guancia. Poche ore dopo, Luciana chiude le indomite palpebre di Giampaolo, suo marito, con il quale ha vagheggiato e lottato per un mondo equo, dignitoso e pacifico.

Fosse Ardeatine. Il trambusto, i miasmi politici ed affaristici, lo scempio urbanistico ed edilizio di Roma sono lontani. Tutt’intorno lecci, pini, cipressi, ginepri, pittospori, tappeti di erbe spontanee. Risuona nell’aria in un silenzio cosmico l’appassionante ricostruzione storica di Aladino Lombardi, segretario ANFIM. il suo piccolo cuore sussulta nell’utero materno, quando si verifica l’eccidio delle Fosse Ardeatine.

Ora le tombe di pietra di tanti innocenti, mute, continuano ad ammonire uomini dell’intero mondo, distratto. Tutte le forme di vita, le espressioni di bellezza, della natura e della cultura, devono essere rispettate. Valorizzate. Un grande falò per le armi e gli interessi di pochi. Le controversie, piccole e grandi, vanno affrontate con il cuore, l’intelligenza emotiva e lungimiranza. Per il bene di tutti.

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Domenico Dalba
Percorso scolastico. Scuola media. Liceo classico. Laurea in storia e filosofia. I primi anni furono difficili perché la mia lingua madre era il dialetto. Poi, pian piano imparai ad avere dimestichezza con l’italiano. Che ho insegnato per quarant’anni. Con passione. Facendo comprendere ai mieli alunni l’importanza del conoscere bene la propria lingua. “Per capire e difendersi”, come diceva don Milani. Attività sociali. Frequenza sociale attiva nella parrocchia. Servizio civile in una bibliotechina di quartiere, in un ospedale psichiatrico, in Germania ed in Africa, nel Burundi, per costruire una scuola. Professione. Ora in pensione, per anni docente di lettere in una scuola media. Tra le mille iniziative mi vengono in mente: Le attività teatrali. L’insegnamento della dizione. La realizzazione di giardini nell’ambito della scuola. Murales tendine dipinte e piante ornamentali in classe. L’applicazione di targhette esplicative a tutti gli alberi dei giardini pubblici della stazione di Barletta. Escursioni nel territorio, un giorno alla settimana. Produzione di compostaggio, con rifiuti organici portati dagli alunni. Uso massivo delle mappe concettuali. Valutazione dei docenti della classe da parte di alunni e genitori. Denuncia alla procura della repubblica per due presidi, inclini ad una gestione privatistica della scuola. Passioni: fotografia, pesca subacquea, nuotate chilometriche, trekking, zappettare, cogliere fichi e distribuirli agli amici, tinteggiare, armeggiare con la cazzuola, giocherellare con i cavi elettrici, coltivare le amicizie, dilettarmi con la penna, partecipare alle iniziative del Movimento 5 stelle. Coniugato. Mia moglie, Angela, mi attribuisce mille difetti. Forse ha ragione. Aspiro ad una vita sinceramente più etica.

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