Nonostante le promesse del suo Albert, Mileva, la signora Einstein, finisce per essere completamente messa da parte, esclusa dalla vita scientifica del marito e infatti è di quegli anni (tra il 1914 e il 1919, anno della loro separazione) che scrive amaramente: “Il mio grande Albert è diventato un fisico famoso molto rispettato e ammirato nel mondo scientifico. Lavora instancabilmente ai suoi problemi e si può dire che viva soltanto per essi”. Finirono per allontanarsi sempre più, finché Einstein, fresco quarantenne, non perse la testa per sua cugina Elsa Einstein, una donna nota a Berlino per la sua frivolezza e vanità (pare infatti che, in occasione di un pranzo mondano, pur di non mettersi gli occhiali, piluccò una pianta, credendola insalata).

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Trascinato nel pelago tutto miele della sua della “bionda e bella” amante Elsa, Einstein dedica invece a Mileva parole amarissime e spietate, descrivendola “zoppa e brutta” e dicendo chiaramente di lei: “È una creatura ostile, senza senso dell’umorismo, che non riceve niente dalla vita e soffoca la gioia di vivere altrui con la sua sola presenza”. Ma è lo stesso uomo che quando all’inizio della loro relazione passavano notti intere in quel di Zurigo a rincorrere i numeri e le astruse sembianze della fisica, le scriveva: “Resteremo studenti finché vivremo e ce ne sbatteremo del mondo”.

Ma è lo stesso uomo che confessa poi a Elsa: “Presto sarò stanco della relatività. Anche una passione così svanisce quando si è troppo coinvolti”. Una dichiarazione che va ben oltre il suo significato, o che per lo meno ci permette di comprendere l’intemperanza caratteriale che lo contraddistingueva. E, infatti, dopo sei anni di relazione con la “frou-frou” Elsa, quando la fama era alle stelle e forse la passione si era accomodata in un cantuccio, le confessò senza mezzi termini che avrebbe preferito sposare la figlia ventenne di lei, Ilse, che ovviamente inorridì all’idea di essere desiderata dal suo “patrigno”. Ma Elsa, distante anni luce dalla precedente Mileva, lo sposò ugualmente, forse in preda al clamore che si era creato intorno a lui, e tra l’altro inconsapevole della ragione di quel clamore, visto che riconosceva un solo vantaggio nell’avere un fisico in casa, e cioè che “riusciva ad aprire qualsiasi barattolo, per quanto strano o irregolare fosse”; e accettò apparentemente senza battere ciglio le sue numerose infedeltà, tanto da permettergli di incontrare regolarmente una giovane donna che Einstein aveva fatto assumere appositamente come segretaria, purché rinunciasse alle scappatelle nascoste. Almeno questo si evince dalle rivelazioni scottanti conservate nel suo epistolario, comprendente lettere scritte dal 1912 al 1955. Il carteggio era stato segretato da Margot Einstein, seconda figlia della moglie Elsa, che aveva chiesto di non pubblicarlo finché non fossero trascorsi vent’anni dalla propria morte. Margot morì l’8 luglio 1986 e subito dopo l’Hebrew University di Gerusalemme, di cui il Premio Nobel fu uno dei fondatori, ha reso pubblico l’epistolario. 3500 pagine di corrispondenza che fanno luce sulla vita privata dell’inventore della relatività, tra cui un amore segreto con tale Ethel Michanowski, vissuto ben dopo il secondo matrimonio. È proprio a Margot che Albert rivela questa relazione. “Mrs M. mi ha seguito fino in Inghilterra, il suo rincorrermi mi ha destabilizzato”, scrive alla figliastra. Ma Mrs M. non fu la sola, nelle lettere infatti compaiono altre spasimanti: Estella, Toni, Margarita, che pare lo inondassero di attenzioni non sempre desiderate, come lui stesso scrive a Margot e perfino alla moglie.

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Ma torniamo ai “fatti”: nel 1921, come noto, Einstein ottenne il Nobel per la Fisica, donando poi l’intera cifra corrispondente del premio alla sua ex moglie Mileva, forse per supplire alle inadempienze degli ultimi anni e per ricompensarla di un nome mai citato nella teoria fisica più importante del secolo. Dei secoli, anzi. Mileva così riuscì a sopravvivere e a provvedere finalmente in modo adeguato alle cure del figlio, destinato a crescere senza una reale autonomia. Numerose, però, pare che siano state le lettere spietate che all’epoca lo scienziato le mandava. Ormai si può dire fosse una donna sola, una scienziata insoddisfatta, una madre alle prese con un figlio schizofrenico e un altro capace di questa dichiarazione più che esplicativa: “Nessuno ha diritto di aspettarsi un’infanzia felice”.
Dopo il lauto compenso Einstein si disinteressò totalmente della sua famiglia, rimanendo poi vedovo della sua seconda moglie che morì nel 1936.

All’epoca aveva 57 anni. Vedovo e senza più il guizzo dello scienziato: erano anni infatti, dal 1919, guarda caso proprio l’anno della separazione da Mileva, che non formulava o teorizzava nulla che fosse degno di nota, forse perché, come confessò a un amico, “cose realmente nuove si scoprono solo in gioventù, in seguito si diventa più esperti, più famosi e più sciocchi”. Pare però che in vecchiaia abbia continuato a “scoprire” l’altro grande mistero dell’universo, oltre alla scienza: le donne. Ha infatti continuato a collezionare incontri e relazioni con donne più giovani di lui, senza mai sposarsi. Lasciò la Germania di Hitler per un’America forse più liberale, che lo vide ancora per un po’ andare in giro senza calze e con i capelli bianchi sempre più incolti.
“Col tempo ti accorgerai che è difficile trovare un ex marito migliore di me”, con queste parole, che paiono quasi uno sberleffo, anni addietro Mileva si ritrovò sola, e noi invece, alla luce di tutto questo, con un interrogativo: Einstein, genio egocentrico o romantico immaturo?

Valentina Capogna

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[Foto di copertina: www.arsenalia.co  |  Foto 1: Elsa Einstein  |  Foto 2: Ilse e Margot Einstein, figlie della seconda moglie Elsa ]

 

 

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