La nebbia scese sul paese. Qualcuno pensò che fosse opera degli dei. Qualcun altro ci vide solo tanta, tanta tristezza. Una tristezza immobile. Una condanna che pendeva. Una donna aspettava vicino alla finestra. Ma nessuno vide l’acqua. Camminavo, avvolto nel mio impermeabile color cammello.

Le spalle curve, per proteggermi il viso. Non volevo che quegli aghi senza punta mi colpissero. Pensavo alle particelle che mi assediavano, al loro rincorrersi. Incontrarsi. Scontrarsi. Ma no, non credo fosse acqua, solo tanti puntini. Guardavo, ma intorno a me non c’era più niente. Case. Persone. Automobili.

Non c’erano più perfino le foglie secche, bagnate, che tanto odiavo. Cercavo di concentrarmi sulle cose. Ma la nuvola che m’inghiottiva mi aveva reso cieco. E allora ritornavano i pensieri. Provavo a contare i passi. Quelli da fare o quelli già fatti? Ancora poche centinaia di metri e sarei arrivato. Sarei voluto tornare indietro. E invece avanzavo a piccoli passi. Andavo da lei. La sua voce al telefono?

Un pugnale… Sentivo ancora il dolore di quelle parole fredde. Mi chiedeva di raggiungerla immediatamente. Io pensavo all’Apocalisse.

Finiva anche questa storia, finivano le speranze. Ogni passo era qualcosa in meno.

La nebbia mi soffocava e mi resi conto di aver perso l’orientamento. E non mi dispiaceva. Non sapere dov’ero… un po’ come non sapere chi ero. L’unica cosa che vidi sembrava una cabina telefonica. Mi avvicinai circospetto, esitante, incredulo. Era la mia occasione: cancellare tutto prima che qualcuno lo facesse al posto mio. Perdere, ma sentirmi vincente. Composi il numero e decisi di non seguire il mio istinto masochista. Le dissi solo che avrei tardato. Parlai di alcune complicazioni. Tra queste dimenticai di menzionare la vigliaccheria.

Ripresi la strada. Ma che strada? Credevo di essere la pedina di un gioco da tavolo. Di certo qualcuno mi stava muovendo. Qual era la prossima mossa? E soprattutto, potevo impedirla? O spostarmi in obliquo saltando le caselle?

Una piccola insegna mi chiamava. Un bar. Un non so che di gotico. Sinistro e affascinante insieme. Inquietante e salvifico.

Qualcuno mi stava chiamando da lì. Il mio alter ego era già seduto con una birra in mano. Raggiunsi il mio spettro. Le birre divennero due, poi tre… Era tardi e decisi di andare.

Comparve però quello che tutti avrebbero definito un losco figuro: vecchio, malconcio. Una cicatrice gli disegnava lo zigomo. A completare il quadro, la tesa del cappello sugli occhi, a nascondere uno sguardo che raccontava tragedie.

Ne ero attratto e gli offrii da bere. Sollevò il cappello e lessi in quegli occhi la gioia, il dolore, la vita che scorreva imperterrita nonostante il poco tempo rimastogli. Mi parlava e io sognavo. Leggeva senza guardare. Lesse la paura, l’amore, l’indecisione. Parlò delle navi nella tempesta. Sopravvivere non dipendeva solo dalla loro solidità. Disse che i marinai troppo spesso dimenticano il valore della volontà di resistere, di trovare vie di fuga, di assecondare il vento invece di combatterlo. Vidi le sue mani rugose che afferravano, tenevano saldamente il timone, le vene degli avambracci gonfie per lo sforzo, lo sguardo dritto a dispetto della pioggia sferzante, gli occhi pieni di sale.

Uscimmo insieme e camminammo fianco a fianco. Poi scomparve nella nuvola densa. Neanche il tempo di un grazie. Affrettai il passo e mi ritrovai sotto il portone di lei. Uscio aperto. Era accanto alla finestra.

Mi disse che era incinta. E che era mio. Sapevo che era mio. La guardavo, distoglievo lo sguardo, la guardavo ancora.

Il sudore m’imperlava la fronte, rigagnoli freddi scendevano lungo le guance. Lei non parlava. Aspettava. E io? Dovevo trovare qualcosa da dirle. Dovevo capire. Forse passò un minuto, forse un’ora.

D’improvviso riconobbi il mio desiderio. Volevo quel bambino. E soprattutto, volevo lei. Ma il suo volto era imperscrutabile. Anche lei desiderava la stessa cosa?

Ripensai alle parole del vecchio, il profeta della nebbia.

Allora decisi.

“Tre è il numero perfetto.”

Vidi una statua che si liberava dal suo blocco di marmo.

Vidi due angoli che presero vita. Vidi due fossette. E gli occhi lucidi.

Solo allora vidi l’acqua. E seppi cos’era.

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Claudia Ceci
Giornalista e un po’ girovaga. Curiosissima. Non è esperta di niente. Così su due piedi le vengono in mente: mare, fuoco, libri, cinema, castelli, puzzle, vino buono, parole crociate. Spera che le domande abbiano risposte. Le piacciono le persone, e quindi le storie. Ha cominciato a scrivere favole a sette anni perché credeva alla magia. Scrive perché ci crede ancora.

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