Vieni via! Vieni via! Mio Dio, è come Genova qui!”.

Roma, sabato 15 ottobre 2011. Avevo 19 anni e da meno di un mese abitavo nella Capitale. Il movimento degli Indignati ci ha messo poco tempo prima di arrivare anche nella Penisola che, nell’autunno 2011, vedeva la rapida esplosione di quell’ossessione chiamata Spread e le pressioni del FMI che a novembre porteranno alla fine del governo Berlusconi IV.

Dal 15 ottobre 2011 non riesco a togliermi dalle orecchie le parole di quel ragazzo che mi ha afferrata per un braccio, mentre da lontano la polizia azionava gli idranti per disperdere il corteo. Quella mattina ero in Piazza della Repubblica. C’era un clima così teso come mai era capitato di respirarlo. In piazza non c’erano poliziotti, non c’era servizio d’ordine e, quel che è peggio, è che alle mie spalle c’era un gruppo di una trentina di persone armate di caschi e mazze.

90 feriti e 12 arresti concludono quella giornata. Io non sono mai arrivata in Piazza San Giovanni, dove all’improvviso tutta la polizia e tutte le camionette sono spuntate, lanciando lacrimogeni contro i manifestanti e tagliando in due il corteo. Prima che quel ragazzo mi tirasse via, avevo visto le trenta persone vestite di nero e armate di mazze spingere in avanti. Mi sono poggiata contro un muro prima di tornare a casa e in una stradina laterale ho intravisto un numero incredibile di camionette e di cingolati. Non ho mai smesso di chiedermi perché fossero lì.

Il 7 aprile 2015, la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per la violazione dell’art.3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, violazione avvenuta nel corso del G8 del 2001 a Genova, in cui si è contravvenuti al divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti.

In tre giorni, in quel luglio 2001, hanno fratturato, umiliato, sputato, preso a manganellate e a pugni la coscienza politica di un’intera generazione. C’è voluto del tempo prima che dei giovani si riorganizzassero in un movimento globale di protesta come Occupy WallStreet, dopo l’umiliazione subita dal movimento No Global, nato a Seattle nel 2000.

Avevo 9 anni, il governo Berlusconi II si era insediato da poco più di due mesi, dopo un’elezione che aveva visto le più alte percentuali di consenso mai raccolte da Berlusconi (parliamo di circa il 49,56%, contro il 35,03% di Rutelli). In quelle 72 ore è nato il mio tormento: a Genova potevo esserci anch’io.

Il movimento No Global era nato poco più di un anno prima del G8 di Genova, in protesta con l’ormai consolidata tendenza di prendere decisioni che hanno rilevanza (e costi) globale, ma vengono presi da un gruppo ristrettissimo di persone. Joseph Stiglitz, nel suo Globalisation and Its Discontents, traccia con accuratezza il profilo di alcune istituzioni internazionali (quali il FMI), che impongono una serie di politiche liberiste e funzionali alla crescita di un circolo ristretto di Paesi, deprimendo le economie emergenti e sacrificando definitivamente le economie del cosiddetto Terzo Mondo. Ecco perché a Genova si erano riuniti ragazzi provenienti da ogni parte del Mondo, in segno di sdegno per una politica internazionale che permette che otto uomini decidano le sorti di più di 6 miliardi di abitanti.

Insieme ai ragazzi del Movimento No Global, c’erano i ragazzi del Genoa Social Forum, una rete sociale (a cui avevano aderito UDS, FGCI, Rifondazione Comunista, Sinistra Giovanile…) nata in seno ad una parte della sinistra radicale italiana (il cui portavoce era Vittorio Agnoletto, oggi europarlamentare di RC). Il GSF è stato il protagonista indiscusso di quei mesi del 2001: più volte aveva chiesto un incontro con le istituzioni prima del G8, ma solo alla fine di giugno l’allora capo della Polizia De Gennaro si rese disponibile.

Con le prime manifestazioni del 19 luglio, si percepisce una certa tensione tra manifestanti e polizia, ma soprattutto, si inizia a ventilare la presenza dei temuti Black Bloc. Mi sembra doveroso un chiarimento, al fine di chiudere una volta per tutte l’assurdo dibattito sulla figura dei Black Bloc: si tratta di una formazione anarchica che ha assunto come modalità di azione quella di distruggere i cosiddetti simboli del potere capitalista (vedi i Bancomat nella manifestazione del 15 ottobre 2011) e di agire in maniera violenta contro i simboli dello stato, cioè la polizia. Come è facilmente intuibile dalla ricostruzione fatta fin qui, a Genova c’era un’estrema eterogeneità di formazioni, sigle, associazioni, partiti, movimenti, nazionalità, istanze. Possiamo affermare che a Genova fossero tutti Black Bloc pronti a distruggere la città?

Ecco, bravi, abbiamo colto una prima crucialità.

Il 20 luglio è la giornata più concitata, che vede più manifestazioni svolgersi nello stesso momento. Le tensioni esplodono, ci sono attacchi alla polizia da parte dei Black Bloc alla Stazione di Brignole, con scontri che finiscono col coinvolgere anche i manifestanti pacifici. Episodi simili si replicano più volte durante la giornata, fino al primo pomeriggio, quando si registra il primo, violento attacco della polizia ai manifestanti.

Ma su questo ci soffermeremo la prossima settimana

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