L’esperienza dell’infinito è oggi molto evidente, cioè si configura come qualcosa potenzialmente alla nostra portata. Dell’universo siamo arrivati a conoscere in modo sempre più dettagliato l’immensità e complessità, paradossalmente ne tentiamo “misure” per concludere che è di “dimensioni infinite”. L’atto del misurare implica un “rapporto possibile” tra  il soggetto misuratore e l’oggetto misurato. Il rapporto tra l’uomo e l’universo è cambiato: l’immensità è ora – comunque – uno “spazio fisico” nel quale noi “viaggiamo”: in minima parte direttamente, più a largo raggio con strumenti meccanici, ancor più a largo raggio con gli strumenti astronomici, a larghissimo raggio con le ipotesi scientifiche e con i tentativi di trovare ad esse conferme e prove. E viaggiamo anche conoscendo (dopo le scoperte di Einstein e di altri astrofisici) quanto diverse e “strane” potrebbero essere la percezione dello spazio e del tempo, rispetto ai “viaggi” che facciamo sulla Terra (che bel film “2001 odissea nello spazio” !) Comunque, in questo universo immenso e infinito ci siamo installati stabilmente, abbiamo superato la barriera della gravità terrestre e siamo entrati “dentro” quella realtà che per milioni di anni abbiamo osservato con un senso di meraviglia e smarrimento. Oggi guardiamo a questa immensità che ci sovrasta sapendo che ne facciamo integralmente e totalmente parte e che una “razionalità immanente” la/ci governa.

Attribuire questa razionalità al concetto di Dio, significa semplicemente costruire l’ipotesi esplicativa di un Ente con capacità umane potenziate in modo infinito e indefinito, attribuire “intenzionalità”  e “finalità” al Tutto e – in definitiva – concepire l’Universo secondo una struttura antropocentrica. Si tratta di un procedimento che non tiene conto del fatto che noi stessi siamo il risultato di quella razionalità immanente che governa il tutto: c’è “continuità” tra l’organico e l’inorganico, e “intenzionalità” e “ricerca della finalità” sono innanzitutto “modi umani” di procurarsi gli strumenti per la sopravvivenza. Siamo “dentro” l’universo”: questa – dal punto di vista umano – è l’unica certezza. Siamo “dentro”, ma non sappiamo qual è il nostro “ruolo”, né se ci sono dei “ruoli” né se ciò che accade in questo universo si possa considerare una “storia” organizzata da un “regista”. Noi uomini chiamiamo “mistero” tutto questo magma di interrogativi e ipotesi non verificate. Personalmente trovo molto più affascinante restare nel mistero, VIVERLO ATTIVAMENTE, cioè accettare ciò che posso capire e sperimentare ora, durante la mia vita, piuttosto che pretendere di spiegarmi tutto affidandomi a improbabili ipotesi di PERSONE DIVINE ONNIPOTENTI.

Ma vi immaginate che esperienza indicibile sarebbe un viaggio nell’universo, giungere a conoscere direttamente ciò che noi oggi sappiamo che c’è, che sicuramente c’è, cioè altri mondi abitati, altri esseri, altri pianeti sui quali si può camminare, dai quali si può avere un altro punto di vista dell’Immensità. Certo, allo stato attuale delle cose non ci è fisicamente possibile, ma è già estremamente stimolante sapere che comunque ci sono altri mondi, che questi altri mondi sono reali e “materiali” come il nostro e che ci separa solo l’impossibilità di toccarsi (anche se un “contatto” in verità già c’è, dato che gli astronomi hanno strumenti che in qualche modo “individuano” queste realtà lontanissime). Il “mistero” diventa in questo modo una “realtà” nella quale viviamo, di cui siamo parte, non è qualcosa di “trascendente” ed estraneo e diverso da noi: in questo mistero immersi e ogni giorno verifichiamo di essere in grado di scoprirne sempre nuovi particolari e nuove meraviglie: mi verrebbe voglia di desiderare che questo “mistero” non finisse mai, non si “svelasse” mai, perchè è il motivo vero che ci fa vivere: se TUTTO fosse chiaro e trasparente finirebbe il “viaggio” e – forse – ci sarebbe la FINE.

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