E il parlamento europeo rimanda la pericolosità del glifosate alle calende greche

Il Sikkim!? Che cos’è? Incastonato tra le montagne dell’Himalaya, confinante con il Nepal, la Regione Autonoma del Tibet, il Bhutan ed il Bengala, è uno Stato federato dell’India. Per estensione con i suoi 7.096 kmq è poco più piccolo del Friuli-Venezia Giulia, per popolazione, con 600 mila abitanti, si discosta lievemente da Palermo.

È una regione essenzialmente montuosa. Una terra verde brillante, “incanto dell’Himalaya”, levigata dall’azione incessante delle acque e modellata dall’alba dei tempi dal lavoro incessante dei contadini che abitano in una ristretta zona temperata tra i 1600 ed i 3500 metri di altitudine. A quote più basse l’ambiente è malsano, perché caldissimo e assai umido, al di sopra la temperatura è molto rigida. Gli abitanti, soprattutto agricoltori, producono mais, riso, patate, soia, tè e cardamomo, la spezia più cara al mondo, dopo lo zafferano e la vaniglia, di cui il Sikkim è tra i massimi produttori mondiali.

Pochi finora ne avevano sentito parlare, ma c’è da scommettere che presto il nome di questa remota realtà territoriale passerà di bocca in bocca, perché una lungimirante politica avviata dall’inizio del secolo ha portato l’ONU a conferirle il premio “Per il futuro”, prestigioso riconoscimento internazionale. Il suo merito? Il paese ha deciso di eliminare completamente dal proprio territorio l’agricoltura convenzionale e di produrre esclusivamente alimenti biologici, diventando il primo Stato al mondo al 100% biologico.

Quali possono essere i vantaggi ed i benefici del biologico? Tanti e di vario tipo. I componenti fondamentali dell’ambiente, cioè il suolo, l’aria e l’acqua e gli organismi viventi, infatti, possiedono una loro dignità, sono beni dell’intera collettività e vanno tutelati. Non si possono monetizzare, senza scrupoli, risorse che devono garantire ricchezza e prosperità a tutti gli esseri viventi per lunghi periodi.

Ora, il reddito dei contadini del Sikkim, grazie alla migliore qualità dei prodotti, è aumentato del 20% rispetto a quanto guadagnavano prima con l’agricoltura convenzionale. Anche dall’estero arrivano commesse per prodotti coltivati in loco. Il turismo, inoltre, ne beneficia per la ricerca da parte dei visitatori di alimenti sani e nutrienti. Si è, peraltro, fermamente convinti che nei tempi lunghi se ne avvantaggerà anche la conservazione della biodiversità

E la salute della gente indiana se ne giova? Accidenti! Non appena è stata informata, ha spiccato salti di gioia, sapendo che finalmente patologie gravissime, come cancro e malattie autoimmuni che procurano sofferenze e lutti infiniti, in gran parte possono finire in soffitta. A consolarle dovranno provvedere le multinazionali dei pesticidi e dei farmaci, che vedono drasticamente ridotti i loro affari.

Ma come sono andate praticamente le cose? Nel lontano 2003 il Paese, che ospita il Kangchenjunga, la terza montagna più elevata della Terra con i suoi 8586 m. dopo l’Everest ed il K2, rendendosi conto dei disastri economici sociali ed ambientali dell’agricoltura industriale, si impegnò con una virata politica a 180° a prendere di petto il problema del rapporto con l’ambiente e della produzione degli alimenti.

Tutti gli agricoltori vennero informati dei gravissimi rischi delle pratiche correnti e congiuntamente educati all’agroecologia, con consulenze da parte del Dipartimento di agricoltura. Veniva persino fornita una formazione più adeguata anche promuovendo esperienze culturali al di fuori del paese.

Ai contadini venivano forniti sementi e fertilizzanti, offerte agevolazioni per i prestiti.  Si provvide a realizzare infrastrutture come la costruzione di laboratori per la produzione di fertilizzanti naturali, per la lavorazione delle sementi e per le analisi del terreno.

Contemporaneamente si avviava la graduale eliminazione di concimi e pesticidi chimici. Vennero adottati provvedimenti mirati come il divieto della vendita di pesticidi e deliberate sanzioni pesanti per gli inadempienti. Alcune startup aiutarono gli agricoltori a commercializzare i propri prodotti, eliminando gli intermediari.

All’inizio serpeggiavano scetticismi e si incontrarono numerose difficoltà, disseminate da chi politicamente ed economicamente aveva lucrato lauti guadagni. Ma poi, pian piano, vedendo le innegabili ricadute positive sul benessere della popolazione, sulla qualità della vita e sulla ripresa degli ecosistemi, le obiezioni si sfracellarono al suolo, che esultò di gioia.

Come procedono, invece, le cose in Europa, in Italia e nelle nostre campagne? Campa cavallo che l’erba cresce! Molto male. Altro che agricoltura interamente biologica. Sostanzialmente, non c’è alimento che non contenga la sua buona dose di sostanze tossiche. Frequentemente, da un punto di vista legale, i valori si mantengono al di sotto dei limiti. Non si prende in considerazione però la sommatoria dei dati. E pensare che basterebbero pochi miliardi per realizzare la transizione dall’agricoltura industriale a quella biologica.

Qui si tratta di accontentarsi delle briciole, sperando che con la consapevolezza l’appetito venga mangiando. Ultimamente, oltre un milione di cittadini hanno chiesto la messa al bando del glifosate, il micidiale seccatutto, “possibilmente cancerogeno” per l’ONU, riversato in milioni di tonnellate su tutte le produzioni alimentari.

Ancora, i consumatori europei hanno sollecitato la modifica delle procedure di approvazione dei pesticidi. Queste, infatti, pretendevano che venissero considerati solo gli studi commissionati dalle autorità pubbliche competenti, non quelli delle aziende produttrici, sospetti perché viziati da conflitto di interessi.

Il Parlamento europeo, di fatto, rinviando la riforma della “General food law” alla prossima legislatura, si è schierato dalla parte delle le multinazionali. Che ringraziano. Nel frattempo, il suolo, l’acqua e l’aria continuano a deteriorarsi per la contaminazione chimica, ed i consumatori passeggiano, se non sono già morti, con mille patemi nelle corsie degli ospedali o per le strade delle città inquinate. Evviva il progresso!

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Domenico Dalba
Percorso scolastico. Scuola media. Liceo classico. Laurea in storia e filosofia. I primi anni furono difficili perché la mia lingua madre era il dialetto. Poi, pian piano imparai ad avere dimestichezza con l’italiano. Che ho insegnato per quarant’anni. Con passione. Facendo comprendere ai mieli alunni l’importanza del conoscere bene la propria lingua. “Per capire e difendersi”, come diceva don Milani. Attività sociali. Frequenza sociale attiva nella parrocchia. Servizio civile in una bibliotechina di quartiere, in un ospedale psichiatrico, in Germania ed in Africa, nel Burundi, per costruire una scuola. Professione. Ora in pensione, per anni docente di lettere in una scuola media. Tra le mille iniziative mi vengono in mente: Le attività teatrali. L’insegnamento della dizione. La realizzazione di giardini nell’ambito della scuola. Murales tendine dipinte e piante ornamentali in classe. L’applicazione di targhette esplicative a tutti gli alberi dei giardini pubblici della stazione di Barletta. Escursioni nel territorio, un giorno alla settimana. Produzione di compostaggio, con rifiuti organici portati dagli alunni. Uso massivo delle mappe concettuali. Valutazione dei docenti della classe da parte di alunni e genitori. Denuncia alla procura della repubblica per due presidi, inclini ad una gestione privatistica della scuola. Passioni: fotografia, pesca subacquea, nuotate chilometriche, trekking, zappettare, cogliere fichi e distribuirli agli amici, tinteggiare, armeggiare con la cazzuola, giocherellare con i cavi elettrici, coltivare le amicizie, dilettarmi con la penna, partecipare alle iniziative del Movimento 5 stelle. Coniugato. Mia moglie, Angela, mi attribuisce mille difetti. Forse ha ragione. Aspiro ad una vita sinceramente più etica.

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